Ho maturato la mia esperienza a partire dagli anni della Scuola di Specialità in Clinica Psichiatrica Universitaria a Torino (2001-2005) dove ho effettuato anche attività di ricerca. Le mie competenze si sono arricchite grazie all'attività clinica come dirigente medico psichiatra nel Sistema Sanitario Nazionale c/o i Dipartimenti di Salute Mentale (reparto e ambulatorio di psichiatria).

Mi occupo in generale della diagnosi e della cura dei disturbi psichiatrici e del disagio psicologico.
In particolar modo mi occupo di:

  • disturbi dell'umore: depressione, disturbo bipolare
  • disturbi d'ansia: disturbo di panico, agorafobia, fobia sociale, fobie specifiche, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d'ansia generalizzato
  • disturbi dell'adattamento (sofferenza psicologica legata alla presenza di fattori stressanti di vita)

Effettuo:

  • valutazione diagnostica: tramite colloquio ed eventuali test psicodiagnostici
  • trattamento psicofarmacologico
  • trattamento psicoterapico

Appartenenze

  • Terapeuta dell'associazione EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) in Italia

 

 


INFORMAZIONI PERSONALI
   
Cognome e Nome Bergesio Chiara
Data di nascita 24.11.1976
Cittadinanza Italiana
Telefono +39 3403763630
E-mail info@chiarabergesio.com
   
ISTRUZIONE E FORMAZIONE
Date dicembre 2014
Titolo della qualifica rilasciata Conseguimento del titolo di consulente sessuale riconosciuto dalla F.I.S.S. (Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica)
Date novembre 2014
Titolo della qualifica rilasciata Master di perfezionamento di durata quadriennale in Psicoterapia Cognitiva riconosciuto dalla SITCC (Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva), c/o la Scuola di Psicoterapia Cognitiva, Torino (direttore prof. Veglia)
Date giugno 2014
Titolo della qualifica rilasciata Conseguimento del titolo di psicoterapeuta EMDR (eye movement desensititzation and reprcocessing)
Date aprile 2007
Titolo della qualifica rilasciata Iscrizione nell’Elenco Medico Psicoterapeuta L.56/89 della provincia di Cuneo
Date 2001-2005
Titolo della qualifica rilasciata Specializzazione in Psichiatria (votazione 70 e lode/70; tesi “Panico notturno e disturbi di personalità) c/o Università degli Studi di Torino
Date luglio 2002
Titolo della qualifica rilasciata Abilitazione all’esercizio della professione di medico chirurgo (votazione 100/100) c/o Università degli Studi di Torino e successiva iscrizione all’Albo Professionale dei Medici e Chirurghi di Cuneo con n°3790
Date 1995-2001
Titolo della qualifica rilasciata Laurea in Medicina e Chirurgia (votazione 110 e lode/110 e dignità di stampa; tesi “Trattamento psicofarmacologico del disturbo di panico: follow-up a due anni) c/o Università degli Studi di Torino
Date 1990-1995
Titolo della qualifica rilasciata Diploma di maturità classica (votazione 60/60) c/o Liceo Classico “G.B.Gandino”, Bra (Cuneo)
   
ESPERIENZE PROFESSIONALI
   
Date maggio 2014-oggi
Lavoro o posizione ricoperti Dirigente medico psichiatria tempo indeterminato tempo pieno c/o l'ASL TO 4 Ivrea con attività c/o il CSM di Ivrea (S.C. A-C Ciriè-Ivrea)
Date marzo 2008-aprile 2014
Lavoro o posizione ricoperti Dirigente medico psichiatria tempo indeterminato tempo pieno c/o l’ASL TO 4, Ivrea con attività c/o il SPDC del P.O. Ivrea. La sua attività consiste in attività clinica di reparto e di consulenza negli altri reparti del PO Ivrea e del DEA di Ivrea. All'interno del SPDC ha svolto il ruolo di referente medico di reparto per la prevenzione del rischio infettivo; si è occupata inoltre di promuovere c/o la Farmacia Ospedaliera il possibile inserimento in Prontuario di nuovi principi attivi indicati per la terapia dei disturbi psichici. Dall'agosto 2012 effettua attività di psicoterapia cognitiva per alcuni pazienti in carico al CSM di Ivrea.
Date maggio 2007 –marzo 2008
Lavoro o posizione ricoperti Dirigente medico psichiatria tempo determinato tempo pieno c/o ASL 4, Torino
Date aprile 2007-maggio 2007
Lavoro o posizione ricoperti Servizio libero professionale di consulenza psichiatrica c/o il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL 4, Torino
Date gennaio 2006-settembre 2006
Lavoro o posizione ricoperti Dirigente medico psichiatria tempo determinato tempo pieno c/o ASL 18, Alba
Date settembre 2005-dicembre 2005
Lavoro o posizione ricoperti Servizio libero professionale di consulenza psichiatrica c/o l’ospedale Civile San Lazzaro di Alba, ASL 18
Date maggio 2003-agosto 2005
Lavoro o posizione ricoperti Guardia Medica nel reparto di Dimissione Protetta c/o il presidio sanitario “Opera alla Crocetta” via Cassini 14 Torino e successivamente c/o il presidio sanitario “Vittorio Valletta” in via Farinelli 25 Torino (ASO San Giovanni Battista Molinette Torino)
Date Nel luglio 2003, nel dicembre 2004 e nel luglio 2004
Lavoro o posizione ricoperti Servizio di sostituzione di Medico di Medicina Generale c/o il Comune di Cervere, ASL 17
   
CAPACITÀ E COMPETENZE PERSONALI
   
Capacità linguistiche Lingua: inglese Livello parlato: fluente Livello scritto: fluente
Capacità tecnologiche Buona conoscenza del pacchetto Office e della navigazione in Internet
Capacità musicali Conseguimento della licenza di teoria e solfeggio c/o il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino
   
ALTRO (PUBBLICAZIONI, CORSI E CONVEGNI)
  • E’ autrice di una serie di pubblicazioni nazionali ed internazionali con argomento prevalente gli aspetti clinici e terapeutici dei disturbi d’ansia.
  • Ha partecipato nel ruolo di docente al corso ECM “Serotoninergici nelle patologie complesse” nell’aprile 2004 tenuto c/o la SCDU Psichiatria dell’Università di Torino.
  • Nel periodo gennaio-aprile 1999 ha partecipato al “Corso di Bioetica di Base” organizzato dal Gruppo Cattolico di Bioetica di Torino, a Torino.
  • Dal 2001 ad oggi ha partecipato a numerosi corsi, congressi, convegni su diversi argomenti di carattere psichiatrico. In particolare ha partecipato ai seguenti corsi/convegni di perfezionamento:
  • 2002: Seminario “Evidence based medicine in Mood Disorders” organizzato presso il Lundbeck Institute in Copenhagen.
  • 2004 : “ECNP Workshop on Neuropsychopharmacology for Young Scientists in Europe” organizzato dall’ECNP (European College of Neuropsychopharmacology) a Nizza.
  • 2005: ’“XVII Advanced Course On Mood Disorders” presso l’Università di Maastricht.
  • 2009: Corso di perfezionamento: il disturbo paranoide di personalità (docente Dr. G. Nicolò TerzoCentro di Psicoterapia Cognitiva Roma) a Torino.
  • 2011: “Seminario sul trattamento cognitivo integrato del disturbo di panico e del disturbo post- traumatico da stress” organizzato dal Centro Clinico Crocetta a Torino.
  • 2012-2013: Master in Mindfulness Based Therapy I modulo organizzato da IS.I.MIND e Centro Clinico Crocetta.
ARTICOLI SU RIVISTE:

  • Maina G, Bergesio C, Picco C, Bogetto F “Scarsa compliance al trattamento e drop-out nella terapia in acuto del disturbo di panico”. Studi di Psichiatria 2002; 4 (2): 58-64.
  • Maina G, Picco C, Bergesio C, Pessina E, Bogetto F “Eventi psicosociali stressanti e disturbi psichiatrici”. Minerva Psichiatrica 2002; 43: 117-126. - link
  • Albert U, Bergesio C, Pessina E, Maina G, Bogetto F “Management of treatment resistant obsessive-compulsive disorder: algorithms for pharmacotherapy” Panminerva Medica 2002; 2: 83-91. - link
  • Albert U, Pessina E, Bergesio C “L’impiego degli antipsicotici atipici nel DOC”. Psichiatri oggi 2002; N 1-2: 68.
  • Albert U, Bergesio C, Maina G, Bogetto F “Terapia combinata SRI-BDZ nel disturbo di panico (DP)”. Italian Journal of Psychopatology 2003; 9 (Suppl.): 39-40.
  • Albert U, Bergesio C, Lasaponara V, Maina G, Bogetto F “Disturbi di personalita’ nel disturbo di panico (dp) con e senza agorafobia” Italian Journal of Psychopatology 2003; 9 (4): 327-334. - link
  • Maina G, Albert U, Bergesio C, Lasaponara V, Bogetto F “Disturbo di panico e condizioni mediche generali” Rivista di Psichiatria 2004; 39,5: 349-355. - link
  • Albert U, Maina G, Bergesio C, Bogetto F “Nocturnal panic and recent life events” Depression and Anxiety 2005; 22: 52-58 - link
  • Maina G, Albert U, Bergesio C, Bogetto F “Differenze di genere nel disturbo di panico” Minerva Psichiatrica 2006; 47 (1): 1-10. - link
  • Albert U, Maina G, Bergesio C, Bogetto F “Axis I and II comorbidities in subjects with and without nocturnal panic”. Depression and Anxiety 2006; 23: 422.428 - link
  • Bergesio C, Albert U, Chiarle A, Maina G, Bogetto F “Il panico notturno: una review della letteratura”. Minerva Psichiatrica 2007; 48 (1): 87. - link
  • Nigro G, Bergesio C "Delayed Hypoxic Leukoencephalopathy In A Substance Abuse Patient: A Case Report." The Internet Journal of Psychiatry. 2011 Volume 1 Number 1. DOI: 10.5580/141. - link

PARTECIPAZIONE A CONGRESSI (POSTER):

  • Bergesio C, Barzega G, Maina G, Venturello S, Bogetto F “Sintomi tipici e atipici del disturbo di panico (DP): differenze in relazione al genere”. Poster presentato a: VI Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 21-25 Febbraio, 2001; Roma. Abstracts del Congresso, Italian Journal of Psychopatology 2001; 7 (Suppl): 130-131.
  • Maina G, Albert U, Bergesio C, Bogetto F “Compliance and drop-out rates in the acute treatment of panic disorder patients”. Poster presentato a: the 2nd International Forum on Mood and Anxiety Disorders; 28 Novembre – 1 Dicembre, 2001; MonteCarlo. - link
  • Bergesio C, Picco C, Albert U, Forner F, Maina G, Bogetto F, Ravizza L “Caratteristiche cliniche del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) in relazione all’età d’esordio del disturbo”. Poster presentato a: V Congresso Nazionale del Gruppo Italiano Disturbi Ossessivo-Compulsivi; 8-9 Novembre 2001; Turin. Atti del Congresso, MGA Ed. Scientifiche, Rome.
  • Picco C, Bergesio C, Maina G, Bogetto F “Eventi psicosociali stressanti ed esordio dei disturbi d’ansia”. Poster presentato a: VII Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 19-23 Febbraio 2002; Roma. Italian Journal of Psychopatology 2002; 8(Suppl.):275
  • Albert U, Bergesio C, Maina G, Bogetto F “Terapia combinata SRI-BDZ nel disturbo di panico (DP)”. Poster presentato a: VIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 25 Febbraio– 1 Marzo 2003; Roma. Italian Journal of Psychopatology 2003; 9(Suppl.): 152.
  • Bergesio C, Albert U, Maina G, Bogetto F “Combination treatment for panic disorder: a prospective naturalistic study”. Poster presentato a: ECNP Workshop on Neuropsychopharmacology for Young Scientists in Europe 12-14 March 2004; Nizza. European Neuropsychopharmacology 14 (Suppl. 1):53
  • Bergesio C, U Albert, Lasaponara V, Maina G, Bogetto F “Panico notturno ed eventi di vita”. Poster presentato a: IX Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 24-28 Febbraio 2004; Roma. Italian Journal of Psychopatology 2004; 10 (Suppl.): 201.
  • Albert U, Bergesio C, Maina G, Bogetto F “Nocturnal panic and recent life events”. Poster presentato a: WPA International Congress; 10-13 Novembre 2004; Firenze. World Psychiatry 2004; 3 (Suppl. 1): 285.
  • Albert U, Maina G, Bergesio C, Bogetto F “ Nocturnal panic: an underrecognized entity”. Poster presentato a: 17th Congress of the European College of Neuropsychopharmacology; 9-13 Ottobre 2004; Stoccolma. European Neuropsychopharmacology 2004; 14 (Suppl. 3): 312.
  • Bergesio C, Albert U, Lasaponara V, Bogetto F “Trattamento psicofarmacologico del disturbo di panico: follow-up a due anni”. Poster presentato a: X Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 22-26 Febbraio 2005; Roma. Italian Journal of Psychopatology 2005; 11 (Suppl.): 210.
  • Bergesio C, Salvi V, Albert U, Maina G, Bogetto F. “Comorbidità di asse I e di asse II nel disturbo di panico notturno”. Poster presentato a: XI Congresso Nazionale della Società Italiana di Psicopatologia; 21-25 Febbraio 2006: Roma. Italian Journal of Psychopatology 2006; 12 (Suppl): 236
FAQ

Riporto in questa sezione alcune delle domande che i pazienti rivolgono più frequentemente allo psichiatra.

Quale differenza c’è tra lo psichiatra, lo psicologo e lo psicoterapeuta?

Lo psichiatra è un medico laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psichiatria, specializzazione medica volta al trattamento dei disturbi mentali. Può curare il paziente tramite la prescrizione di farmaci o tramite la psicoterapia.
Lo psicologo è laureato in Psicologia ed è abilitato all’esercizio della professione dopo il superamento dell’esame di stato. E’ un esperto della prevenzione, diagnosi e terapia del disagio psicologico e può operare sul singolo individuo, sulla coppia, sulla famiglia o sul gruppo. Lo psicologo non può svolgere attività di psicoterapia.
Lo psicoterapeuta è un professionista che interviene per trattare il disagio ed il disturbo psichico e lo fa attraverso il dialogo ed utilizzando svariate tecniche. Per essere abilitato come psicoterapeuta è necessario essere:
uno psichiatra oppure
uno psicologo specializzato in psicoterapia oppure
un medico specializzato in psicoterapia

Quale differenza c’è tra lo psichiatra e il neurologo?

Sono due medici con competenze ben distinte tra loro. Lo psichiatra è un medico laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psichiatria, specializzazione medica volta al trattamento dei disturbi mentali (depressione, disturbo bipolare, ansia, fobie, psicosi, somatizzazione,..). Il neurologo è un medico laureato in Medicina e Chirurgia specializzato in Neurologia, specializzazione medica che si occupa delle malattie del sistema nervoso centrale e periferico (epilessia, ictus, sclerosi multipla, malattia di Parkinson, cefalea, neuropatia). Fino alla fine degli anni ’70 queste due branche della medicina (la psichiatria e la neurologia) costituivano una branca unica chiamata “malattie nervose e mentali” e chi si specializzava in tale branca otteneva il titolo di neuropsichiatria.

Cosa chiede lo psichiatra durante la visita?

In modo non dissimile da quanto avviene per gli atri medici, anche lo psichiatra durante la prima visita chiederà innanzitutto al paziente qual'è il motivo che lo ha portato a chiedere un aiuto. Il paziente potrà descrivere il proprio disagio come ritiene più opportuno e lo psichiatra potrà magari intervenire per mettere a fuoco alcuni aspetti. In genere, inoltre lo psichiatra farà delle domande per ricostruire se il paziente ha già avuto disturbi analoghi in passato, se ha preso dei farmaci e per sapere quali sono le condizioni di salute generali del paziente. Tutto questo per ipotizzare la natura del malessere ed illustare al paziente i possibili trattamenti.

Gli psicofarmaci possono causare dipendenza in chi li assume?

Solo per alcuni farmaci che si usano abitualmente nel trattamento dei disturbi psichici è dimostrato il rischio di dipendenza. Con le benzodiazepine, i comuni tranquillanti, possono verificarsi fenomeni di dipendenza con difficoltà alla sospensione. Per minimizzare questo rischio occorre attenersi strettamente alle indicazioni mediche per quanto riguarda dosi e tempi della terapia, evitando l'autosomministrazione e uso protratto senza frequente rivalutazione medica. In letteratura è riportato il rischio di una sindrome da sospensione per alcuni antidepressivi. Per evitare questa evenienza è sufficiente sospendere il farmaco gradualmente dietro controllo medico.

Posso assumere farmaci per l’ansia se prendo già tante medicine per motivi di salute fisica? Non ci sono interazioni?

In generale la riposta è positiva perché la maggior parte dei farmaci che vengono prescritti per i disturbi d’ansia sono ben tollerati e presentano poche interazioni con altri farmaci. Tuttavia occorre valutare nel dettaglio caso per caso. E’ pertanto necessario che durante il colloquio lo psichiatra venga a conoscenza di eventuali terapie mediche che il paziente assume affinchè possa scegliere la terapia più adatta per lui.

Per quanto tempo si deve assumere la terapia farmacologica psichiatrica?

La durata della cura dipende principalmente dal disturbo che si deve trattare, dalle manifestazioni cliniche specifiche e dal decorso che quel disturbo presenta in quel particolare paziente (tipologia e gravità dei sintomi, precedenti episodi di malattia, ricadute). Per alcuni disturbi (ad es. insonnia transitoria, reazione ansiosa ad evento stressante) possono essere sufficienti terapie di breve durata (qualche settimana, qualche mese); altri disturbi invece possono richiedere oltre alla terapia in acuto una terapia di mantenimento per tempi più lunghi. Sarà compito dello psichiatra esporre al paziente quale è la durata ottimale del trattamento e gli eventuali rischi correlati ad una sospensione precoce.

Si può guarire dalla depressione?

Si, il disturbo depressivo maggiore è un disturbo che può essere adeguatamente trattato con i farmaci o con la psicoterapia. Ovviamente serve un adeguato periodo di tempo per ottenere il miglioramento e consolidarlo. Per alcune persone il primo trattamento non dà i risultati sperati ma questo non significa che non ci sia nulla da fare. Esistono infatti numerose opzioni terapeutiche per la depressione e quando il primo tentativo non si rivela efficace bisogna provare nuove strategie terapeutiche finchè si identifica la strategia adatta al paziente.

Cos’è la psicoterapia?

E’ la pratica di cura per i disagi e i disturbi psichici che si basa essenzialmente sul rapporto verbale ed emotivo tra il paziente ed il terapeuta e che può avvalersi di svariate metodologie e strumenti psicologici. Per praticarla occorre una speciale abilitazione.

Quanto può durare la psicoterapia?

E’ molto variabile e dipende da numerosi fattori: caratteristiche e complessità del problema/disturbo, desideri del paziente, teoria di riferimento dello psicoterapeuta. Può variare da poche settimane a numerosi anni. In genere le terapie cognitivo-comportamentali prevedono tempi che variano dai 3 mesi ad un massimo di 1-2 anni.

Cos'e' l'ansia?

L'ansia è un vissuto soggettivo che tutti noi sperimentiamo. E' un senso vago e spiacevole di apprensione, la percezione di qualcosa di negativo che può capitare. A livello psichico il soggetto ha la consapevolezza di essere nervoso, teso, spaventato e il pensiero é rivolto al possibile pericolo e alla ricerca di strategie per fargli fronte. L'ansia ha anche dei correlati somatici legati ad un'attivazione neurovegetativa e neuromuscolare: tachicardia, aumento della pressione, percezione di mancanza d'aria, secchezza della bocca, sudorazione, tremore. Un certo livello di ansia è fisiologico, è un segnale di allerta che spinge la persona ad attivarsi per evitare una minaccia o ridurne al minimo le conseguenze. L'ansia ha una funzione adattativa nella vita quotidiana; esempi di come l'ansia consenta di evitare un danno sono: sbrigarsi nel prepararsi ed uscire di casa per arrivare puntuale al lavoro e non essere rimproverati dal capo; studiare per superare un esame; fare attenzione a non sprecare denaro per evitare di rimanere senza soldi.

Ansia, paura e fobia

In genere si distingue il concetto di ansia da quello di paura. Entrambe sono risposte emozionali cui corrisponde a livello somatico un'attivazione neurovegetativa e neuromuscolare. Si distinguono perchè nel caso della paura la minaccia è ben definita e si tratta di un oggetto o situazione specifici che causerebbero una reazione simile in tutti i soggetti; nel caso dell'ansia, invece, questa si manifesta in risposta a una minaccia sconosciuta, non ben definita; può avere come contenuti stimoli vari che in genere sono rappresentati dalle preoccupazioni legate alla vita di tutti i giorni. In altre parole, quando un soggetto ha paura sa esattamente di cosa e perchè (es. provare paura di morire di fronte ad una montagna che ci sta franando addosso, paura di essere morsicati vedendo un cane che ci corre incontro rabbioso); quando un soggetto è in ansia si sente teso ma non sa esattamente definirne i motivi (es. provare ansia al mattino pensando alle difficoltà nell'affrontare le incombenze della giornata). Ricordiamo infine il concetto di fobia. E' un paura irrazionale, non motivata: il soggetto si rende conto che il suo timore verso l'oggetto fobico (oggetto, animali, situazioni,..) è esagerato e che lo stesso oggetto non causa la stessa reazione d'allarme nelle altre persone. A livello somatico l'esposizione all'oggetto temuto o anche solo il pensiero dell'oggetto temuto scatenano manifestazioni somatiche simili a quelle sperimentate da chi ha paura o ansia (tachicardia, aumento della pressione, percezione di mancanza d'aria, secchezza della bocca, sudorazione, tremore).

Cos'e' un disturbo d'ansia?

Quando l'ansia perde la sua funzione adattativa, diventa eccessiva, abnorme, interferendo negativamente con il funzionamento della persona, si parla di disturbo d'ansia. I disturbi d'ansia sono tra i disturbi psichici più frequenti nella popolazione.

Quali sono i disturbi d'ansia?

  • Disturbo di panico:
    caratterizzato da episodi a insorgenza improvvisa di ansia acuta ed elevata (i cosiddetti attacchi di panico) durante i quali il soggetto sperimenta sintomi fisici intensi ((tachicardia, mancanza di aria, tremori, nausea, dolore toracico) assieme a paura di impazzire, di morire o di perdere il controllo e , a volte, percezione alterata di sé e dell'ambiente circostante.
  • Agorafobia:
    ansia relativa a stare nei luoghi da cui potrebbe essere difficile allontanarsi o ricevere aiuto in caso di attacco di panico o sintomi simil panico. Le situazioni temute (es. supermercato, auto, treno) sono evitate. In genere l'agorafobia si accompagna al disturbo di panico, sono rari i casi di disturbo agorafobico in soggetti che non hanno sperimentato attacchi di panico.
  • Fobia specifica:
    paura persistente, eccessiva o irragionevole verso un oggetto o una situazione temuta che secondo il buon senso comune non sono oggetto di timore. Si accompagna a comportamenti di evitamento.
  • Fobia sociale:
    paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali in cui il soggetto si sente esposto al giudizio altrui (es. parlare in pubblico, incontrare persone nuove). Il soggetto tende ad evitare le situazioni sociali che lo mettono in difficoltà ed imbarazzo.
  • Disturbo ossessivo-compulsivo:
    caratterizzato dalla presenza di pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti (le cosiddette ossessioni, es. timore di essersi contaminati con lo sporco, timore di avere lasciato il gas acceso) che il soggetto non riesce a scacciare dalla mente e che gli causano ansia o disagio. In risposta a questi si sente obbligato a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali (le cosiddette compulsioni, es. lavarsi ripetutamente le mani, controllare più volte di avere chiuso il gas) per ridurre il disagio o prevenire le conseguenze temute.
  • Disturbo postraumatico da stress:
    caratterizzato dal rivivere un evento traumatico attraverso sogni, ricordi, flashback. Il soggetto prova ansia cognitiva e somatica quando è esposto a stimoli associati al trauma e cerca di evitare questi stimoli.
  • Disturbo acuto da stress:
    è uno stato di ansia intensa con sensazione di "anestesia emotiva" , di alterata percezione di se stessi e della realtà circostante, a volte amnesia, che si manifesta immediatamente dopo un evento traumatico.
  • Disturbo d'ansia generalizzato:
    l'ansia si manifesta in forma libera e in modo duraturo nel tempo (almeno per sei mesi) con preoccupazione eccessiva per numerosi eventi o attività della vita quotidiana e sintomi fisici da iperattività autonomica.
Cos’e’?

Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia. Ciò che lo caratterizza è il fatto che l‘ansia si manifesta in modo acuto ed intenso. Queste manifestazioni acute prendono il nome di attacchi di panico. L’attacco di panico dura in genere 10-20 minuti e spesso lascia la persona con una sensazione di stanchezza e stordimento che può durare anche più di un’ora. I sintomi che possono presentarsi durante l’attacco di panico possono essere di diverso tipo:

sintomi cognitivi:
  • paura di morire
  • paura di impazzire
  • paura di perdere il controllo

sintomi neurovegetativi e neuromuscolari:
  • palpitazioni o tachicardia
  • sensazione di asfissia o di soffocamento
  • dolore o fastidio al petto
  • sudorazione accentuata
  • tremori o scosse
  • brividi di freddo o vampate di calore
  • sensazione di sbandamento o di svenimento
  • nausea o disturbi addominali
  • formicolii o parestesie

sintomi percettivi:
  • sensazione di irrealtà, come se si fosse in un sogno (derealizzazione)
  • sensazione di essere staccati da se stessi, come al di fuori dal proprio corpo (depersonalizzazione)

L’attacco di panico ha in genere un’insorgenza improvvisa e può presentarsi in diverse situazioni e contesti. Sperimentare un singolo attacco di panico non significa essere affetti da disturbo di panico. Può capitare infatti, quando si affronta un periodo di particolare stress, di avere un attacco di ansia acuta. Quando gli attacchi di panico si ripetono e la persona comincia a sviluppare la paura sempre più costante che se ne presentino di nuovi o che questi attacchi possano provocarle dei danni, allora parliamo di disturbo di panico. La persona può diventare fortemente condizionata dalla presenza del disturbo in tutti gli ambiti della sua vita: sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni sociali.

Quali sono le cause?

Fattori biologici e fattori psicologici possono contribuire all’insorgenza del disturbo di panico. Per quanto riguarda la componente biologica gli studi hanno mostrato un coinvolgimento di alcuni neurotrasmettitori (la noradrenalina e la serotonina) e di alcune zone del cervello (locus coeruleus). Tra i fattori psicologici si è ipotizzato il ruolo degli eventi di perdita sia in età infantile che in età adulta come slatentizzatori del disturbo in individui geneticamente predisposti.

Quali sono l'esordio e il decorso?

Tipicamente il disturbo di panico esordisce nella tarda adolescenza o all’inizio dell’età adulta anche se sono riportati casi di esordio in altre età della vita. Il decorso del disturbo non trattato è in genere cronico con frequenza e gravità degli attacchi molto variabili: una volta ogni 2-3 mesi fino a più volte al giorno. Se trattato correttamente il disturbo può regredire del tutto. La prognosi è migliore quando è presente un buon funzionamento premorboso e una breve durata dei sintomi.

Quali sono le complicanze/conseguenze?

Il decorso naturale del disturbo di panico non trattato è caratterizzato spesso dalla comparsa di altri disturbi che complicano il quadro clinico. I sintomi che più spesso e più precocemente vengono a complicare il panico sono i sintomi agorafobici: la persona comincia ad avere timore a recarsi in luoghi dove potrebbe non ricevere soccorso qualora si sentisse male, comincia a provare disagio in tali situazioni e finisce con l’evitarle del tutto. Le situazioni che tipicamente vengono evitate sono il supermercato, il cinema, il treno, l’auto, l’aereo e altre ancora. Il disturbo di panico può complicarsi inoltre con l’insorgenza di una depressione che in genere ha la caratteristica di una demoralizzazione secondaria alle limitazioni comportate dal disturbo stesso. Alcuni pazienti presentano invece sintomi ipocondriaci con preoccupazione eccessiva per le proprie condizioni di salute, altri manifestano sintomi fobici sociali con evitamento delle situazioni di interazione sociale. Infine è possibile che si sviluppi un abuso di farmaci (in genere benzodiazepine) o di alcool che il paziente assume per ridurre l’ansia e come tentativo di autocura.

Come si cura?

Il disturbo di panico è un disturbo che risponde bene alle terapie. Il trattamento può essere farmacologico, psicoterapeutico o una combinazione di entrambi. In genere gli attacchi di panico si riducono significativamente con l’inizio della terapia farmacologica mentre i sintomi agorafobici, soprattutto se di lunga durata, possono persistere e può essere utile trattarli anche con un approccio psicoterapeutico. Terapia farmacologica: i farmaci che si sono dimostrati efficaci nel trattamento del disturbo di panico sono alcune benzodiazepine e molti antidepressivi. I farmaci più usati nella pratica clinica sono una classe di antidepressivi, gli SSRI (inibitori del reuptake della serotonina) che oltre ad essere efficaci sono anche molto maneggevoli e ben tollerati. In genere dopo 3-4 settimane dall’inizio della terapia si verifica la scomparsa degli attacchi di panico e nei mesi successivi anche l’ansia anticipatoria e le condotte agorafobiche si riducono gradualmente. La terapia farmacologica va continuata per 6-12 mesi. La sospensione dei farmaci non deve mai essere improvvisa e va sempre effettuata sotto controllo medico.
Psicoterapia: la psicoterapia cognitivo-comportamentale è quella per la quale ci sono maggiori prove di efficacia nel disturbo di panico complicato o meno da agorafobia. Le tecniche comportamentali classiche prevedono la desensibilizzazione del paziente nei confronti delle situazioni temute tramite l’esposizione in vivo (il paziente affronta la situazione temuta) o per immaginazione (il paziente immagina di affrontare la situazione temuta). E’ possibile associare all’esposizione alcune tecniche di rilassamento o controllo del respiro che contrastino l’ansia generata nel paziente dall’esposizione. Con le tecniche cognitive il paziente viene aiutato a identificare i pensieri automatici negativi e le cognizioni disfunzionali attraverso i ricordi, diari, esposizione alle situazioni. Nel caso del disturbo di panico il paziente presenta la tendenza a interpretare catastroficamente eventi fisici e mentali, ad esempio un aumento di frequenza cardiaca viene interpretato come segnale di un imminente infarto. Tramite un approccio empirico i pensieri disfunzionali vengono modificati con significative ripercussioni sul sintomo.

Cos’e’?

La fobia sociale è un disturbo d’ansia caratterizzato dal fatto che la persona è timorosa nell’affrontare situazioni sociali che possono esporla al giudizio altrui. In genere la persona cerca di evitare tali situazioni e quando si espone ad esse sperimenta sensazione di disagio e ansia. E’ un disturbo abbastanza diffuso nella popolazione generale (2%). Tratti fobici sociali sono diffusi in una quota ancora più elevata di persone.

Come si manifesta?

Chi soffre di questo disturbo in genere evita o tollera con molta difficoltà situazioni in cui si sente sottoposto al giudizio altrui in quanto teme di essere deriso e di apparire inadeguato o incapace. I suoi sforzi sono volti non tanto allo scopo di dare una buona impressione agli altri ma piuttosto di evitare di darne una cattiva. In caso di esposizione alla situazione temuta generalmente il soggetto sperimenta tensione e i sintomi fisici correlati all’ansia quali palpitazioni, rossore, tremore, tachipnea, intensa sudorazione. Le situazioni che generalmente sono temute dai fobici sociali sono diverse e possono variare da soggetto a soggetto: parlare in pubblico, mangiare in pubblico, rientrare in un negozio per restituire una merce, uscire da un negozio senza aver comprato nulla, incontrare estranei, presentarsi a una festa, entrare in una stanza dove tutti gli altri sono già seduti, comunicare con persone autorevoli, affrontare un’interrogazione o un esame. Quando l’evitamento riguarda quasi tutte le situazioni sociali si parla di fobia sociale generalizzata.

E’ diversa dalla timidezza?

Si, perché chi è timido è molto attento ai propri vissuti interiori ma non presenta le condotte di evitamento tipiche del fobico sociale e la significativa compromissione delle relazioni interpersonali. Molta attenzione anche a non confondere la fobia sociale con l’imbarazzo fisiologico che possono avere i bambini e gli adolescenti durante la crescita in rapporto a specifiche situazioni quali l’affrontare un’interrogazione, l’inserirsi in una nuova classe, il partecipare a una festa.

Quali sono le complicanze?

La fobia sociale è un disturbo che va riconosciuto e trattato adeguatamente per evitare che si complichi con altri disturbi quali la depressione, l’abuso di alcool e di benzodiazepine.

Come si cura?

La fobia può essere trattata sia con un approccio farmacologico che con un approccio psicoterapico. I farmaci che si utilizzano sono gli antidepressivi appartenenti alla classe degli SSRI (inibitori del reuptake della serotonina). In psicoterapia cognitiva si lavora con il soggetto per modificare la percezione di sé come persona fragile e debole.

Cosa sono?

Le fobie specifiche sono disturbi d’ansia caratterizzati da una paura eccessiva o irragionevole provocata dall’attesa o dalla presenza di un oggetto e/o una situazione specifica (ad es. un animale, coltelli, sporco, temporale, essere sottoposti a un’iniezione). L’oggetto o la situazione specifica che creano allarme nel soggetto fobico non sono invece oggetto di timore secondo il buon senso comune. Chi è affetto da fobia cerca di evitare l’oggetto della propria fobia e quando si espone ad essa manifesta forte disagio e sintomatologia ansiosa. Quando ne è invece lontano la persona si sente benissimo E’ un disturbo molto diffuso nella popolazione generale con una prevalenza del 10%. Molte persone hanno tratti fobici senza avere un vero disturbo fobico perché non presentano una compromissione del funzionamento psicosociale.

Come si manifestano?

Le fobie specifiche si manifestano con condotte di evitamento e crisi fobiche quando la persona viene esposta allo stimolo temuto. Le persone affette da fobia cercano di evitare l’oggetto e le situazioni temute e questo può interferire significativamente con il loro funzionamento. Un uomo di affari rischia di compromettere significativamente la propria carriera se, per colpa della fobia degli aerei, rinuncia ad effettuare viaggi di lavoro. Chi ha la fobia dei cani può perdere degli amici perché rinuncia ad andarli a trovare in quanto hanno un cane in casa. Rendendosi conto della natura esagerata della sua paura e sentendosi ridicolo spesso poi chi soffre di fobie cerca di nasconderle agli altri creando così occasioni di malintesi e fraintendimenti. Se il soggetto viene esposto alla situazione od oggetto temuti, manifesta una sintomatologia ansiosa intensa spesso con i correlati neurovegetativi dell’ansia (tremori, sudorazione, tachicardia, bocca asciutta…). In soggetti predisposti si possono avere addirittura degli attacchi di panico con sensazione soggettiva di una fine imminente. Alcune persone manifestano ansia anche solo al pensiero di esporsi allo stimolo. Il tipo di fobie è molto numeroso. I sistemi classificativi in uso distinguono diversi tipi di fobia specifica:

  • tipo animali (ragni, cani, uccelli, serpenti….)
  • tipo ambiente naturale (acqua, temporali, altezze)
  • tipo sangue, iniezioni, ferite
  • tipo situazionale (aerei, ascensori, luoghi chiusi)
  • altro (es. fobia dello sporco, fobia di vomitare…)

Quali sono le cause?

Più della metà delle persone affette da fobia ricorda un’esperienza traumatica in presenza dello stimolo fobico all’origine del disturbo, tipicamente in età infantile. Secondo la teoria cognitiva costituirebbe fattore predisponente per lo sviluppo delle fobie l’avere avuto una figura di attaccamento che ha inibito il comportamento esplorativo. E’ ipotizzabile inoltre una componente ereditaria. In particolare il tipo sangue, iniezioni, ferite ha una frequente familiarità. Questa fobia si differenzia dalle altre perché l’iniziale tachicardia che caratterizza tutte le fobie è seguita da bradicardia ed ipotensione. Si verifica cioè una reazione vaso-vagale con malessere e svenimento.

Quali sono l 'esordio e il decorso?

Le fobie esordiscono in genere in età precoce (dall’infanzia alla prima età adulta). La fobia tipo animali e quella tipo ambiente naturale esordiscono tipicamente in età infantile. Le fobie possono migliorare con l’aumentare dell’età (es. fobia del buio, fobia del sangue) o possono cronicizzare.

Quali sono le complicanze?

Oltre alla compromissione del funzionamento del soggetto, i disturbi fobici se non adeguatamente conosciuti e trattati si possono complicare con abuso di sostanze e di alcool che determinano un aggravamento del decorso. Circa un terzo dei soggetti fobici sviluppa anche una depressione.

Come si cura?

La terapia con maggiori evidenze di efficacia è la terapia comportamentale che prevede l’esposizione del paziente in vivo o per immaginazione allo stimolo fobico; in alcuni casi la reazione di allarme scatenata dall’esposizione viene controllata tramite esercizi di rilassamento e di controllo del respiro. Si possono integrare elementi di terapia cognitiva che consentono al soggetto di acquisire maggiore consapevolezza sul fatto che la situazione da affrontare è sicura. Per quanto riguarda l’approccio farmacologico alcuni studi evidenziano una buona efficacia degli inibitori del reuptake serotoninergico (SSRI).

Cos’e’?

Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni a cui seguono delle compulsioni. E’ un disturbo abbastanza frequente nella popolazione generale con una prevalenza nell’arco della vita del 2-3%. Le ossessioni sono dei pensieri, degli impulsi, delle immagini (es. preoccupazione di essersi contaminati con lo sporco, dubbio di avere lasciato aperto il gas, immagini violente e sanguinose) che si presentano ripetutamente nella mente della persona arrecandole disagio o altri sentimenti spiacevoli (disgusto, ansia, paura..). La persona non riesce a ignorare o sopprimere questi contenuti mentali fastidiosi cercando di pensare ad altro. Si sente obbligata a mettere in atto delle azioni mentali (es. ripetere una parola un certo numero di volte) o dei comportamenti ripetitivi (es. lavarsi le mani) con lo scopo di attenuare l’ansia causata dalle ossessioni stesse. Queste azioni mentali e questi comportamenti messi in atto per neutralizzare le emozioni negative scatenate dalle ossessioni prendono il nome di compulsioni (es. lavarsi ripetutamente le mani, controllare di aver chiuso il gas). Dopo aver eseguito le compulsioni la persona si sente più tranquilla, l’effetto tranquillizzante della compulsione però ha breve effetto perché presto l’ossessione torna nella mente della persona e la persona si sente costretta a riprendere il lavorio. Il risultato è che la persona trascorre numerose ore della giornata intenta a mettere in atto un lavorio mentale o comportamentale con lo scopo di neutralizzare i pensieri persistenti e fastidiosi senza mai riuscirci.

Avere dei pensieri ripetitivi significa avere il disturbo ossessivo-compulsivo?

No. Tutte le persone, anche quelle che non soffrono di disturbo ossessivo-compulsivo, possono avere dei contenuti mentali di tipo ossessivo. Dubitare di aver chiuso il gas, temere di poter perdere il controllo e far male a qualcuno, credere che la giornata andrà male perché svegliandoci abbiamo sentito una certa canzone…sono alcuni esempi di pensieri ossessivi intrusivi che tutti possiamo avere. Solo quando questi pensieri sono molto frequenti durante la giornata e la persona sente la necessità di fare qualcosa per neutralizzarli (compulsione), quando determinano ansia significativa e il funzionamento familiare, sociale e lavorativo della persona risulta compromesso, si può parlare di disturbo ossessivo-compulsivo.

Configurazioni sintomatiche

Le modalità sintomatologiche del disturbo ossessivo-compulsivo più comuni sono le seguenti:

  • Contaminazione:
    consiste nella preoccupazione di essersi contaminati o sporcati con conseguente spinta compulsiva a lavarsi, disinfettarsi e a evitare l’oggetto che si presume contaminato. Le sostanze oggetto del timore di contaminazione possono essere diverse: escrementi, liquidi corporei, sporco generico, polvere, germi, detergenti…
  • Dubbio-controllo:
    si tratta di un’ossessione di dubbio seguita da una compulsione di controllo. Chi ne è affetto mette in atto ripetuti controlli per verificare che non ci siano stati incidenti o catastrofi o per prevenirli.. C’è chi deve controllare ripetutamente il gas nel timore di averlo dimenticato aperto, chi controlla di aver chiuso bene le porte, chi controlla in vari modi di non aver investito qualcuno con l’automobile.
  • Ordine-simmetria:
    consiste nella preoccupazione per l’ordine, la precisione, la simmetria. Le persone trascorrono molto tempo riordinando gli oggetti della casa (asciugamani, suppellettili, biro, fogli, posate….) secondo un ordine da loro stabilito (simmetria, grandezza, forma, colore,…). Il bisogno di precisione può estendersi anche ad azioni quotidiane quali il pranzare, il vestirsi con conseguente lentezza estrema nella loro esecuzione.
  • Idee ossessive a contenuto sessuale, religioso, aggressivo:
    sono pensieri o immagini ripetitive con contenuti disturbanti: immagini di omicidi, corpi maciullati, immagini o pensieri riguardanti azioni sessuali sconvenienti (perversioni, pedofilia), atti sacrileghi o agiti aggressivi, in quest'ultimo caso la persona finisce con l’evitare di maneggiare oggetti potenzialmente pericolosi come i coltelli e le forbici o di passare vicino alle finestre o uscire sul balcone per il timore di potersi buttare di sotto.
  • Altro:
    ossessioni numeriche relative a calcoli, ossessioni superstiziose con l’idea che certi gesti certi numeri, certi colori condizionino gli eventi (pensiero magico), ossessioni di accumulo con necessità di accumulare oggetti anche privi di valore (giornali vecchi, lattine, confezioni di alimenti) e difficoltà a disfarsene per il timore che un giorno potrebbero servire.

Quali sono le cause?

Si ipotizza che una sregolazione di alcuni neurotrasmettitori cerebrali in particolare della serotonina possa rappresentare il correlato biologico del disturbo ossessivo-compulsivo. Sarebbero in particolare implicate alcune zone del cervello quali i gangli della base, il giro cingolato ed il lobo frontale, così come supportato da studi neuroradiologici. Per quanto riguarda i fattori psicologici è ancora dibattuto se alcune caratteristiche di personalità possano predisporre allo sviluppo di pensieri ossessivi: alto senso di responsabilità, elevata percezione del pericolo…Alcuni studi dimostrano infine che gli eventi stressanti (es. parto, morte di un parente) possono favorire l’insorgenza del disturbo.

Quali sono l'esordio e il decorso?

L’età di esordio si colloca tra i 10 ed i 40 anni anche se sono riportati casi di esordio in altre età. In particolare sono abbastanza frequenti i casi di disturbo ossessivo-compulsivo in età pediatrica. Alcuni di questi bambini presentano, oltre ai sintomi ossessivo-compulsivi, tic e altre alterazioni motorie. Tornando all’esordio questo può essere acuto oppure, più frequentemente, graduale ed insidioso. Il decorso è generalmente cronico con periodi di esacerbazione dei sintomi alternati a periodi di attenuazione. Esistono anche forme episodiche con una prognosi migliore rispetto alle forme croniche.

Quali sono le complicanze?

Il disturbo ossessivo-compulsivo, soprattutto se non trattato, può complicarsi con altri disturbi. La persona può sviluppare una depressione secondaria come reazione al carattere invalidante della sintomatologia ossessivo-compulsiva. Alcune persone lamentano invece difficoltà di addormentamento. Nelle persone con sintomi ossessivo-compulsivi però non si tratta di una vera propria insonnia ma di un rimandare l’ora di andare a dormire per una difficoltà a concludere i rituali. E’possibile infine che questi soggetti tendano ad abusare di tranquillanti e di alcool per cercare di ridurre l’ansia ed il malessere che la sintomatologia ossessiva determina.

Come si cura?

Le terapie che si sono dimostrate efficaci nella cura del disturbo ossessivo-compulsivo sono la terapia farmacologica e la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo richiede tempi lunghi. La scelta del trattamento, farmacologico o psicoterapico, viene effettuata dal medico tenendo conto delle caratteristiche del disturbo e dell’accettazione da parte del paziente delle varie modalità. Terapia farmacologica: si utilizzano gli inibitori del reuptake della serotonina (SSRI) o la clomipramina, tutti farmaci della classe degli antidepressivi, a dosaggio pieno. I primi risultati non si evidenziano prima di 6- 8 settimane e la risposta completa non va valutata prima di 3 mesi di terapia continuativa. Circa il 60% delle persone risponde alla cura. Per i casi resistenti esistono diverse strategie di associazione farmacologica tra cui il potenziamento dell’antidepressivo serotoninergico con bassi dosaggi di antipsicotici.
Psicoterapia cognitivo-comportamentale: la tecnica comportamentale che si utilizza nel disturbo ossessivo compulsivo è l’esposizione con prevenzione della risposta (E/RP). La persona si espone al pensiero, all’immagine, all’evento temuto (ad es. toccare un oggetto considerato sporco in caso di ossessioni di contaminazione) e, con l’intervento del terapeuta, deve resistere all’impulso di mettere in atto il rituale (in questo caso lavarsi le mani). La persona imparerà in questo modo a tollerare l’ansia che deriva dall’esposizione all’oggetto temuto e si accorgerà che, seppur più lentamente, quest’ansia si ridurrà comunque anche senza mettere in atto il rituale. Accanto alla tecnica comportamentale si utilizzano elementi cognitivi volti a far comprendere al soggetto i processi di pensiero patologico che sono caratteristici del disturbo.

Cos’e’?

È’ un disturbo d’ansia caratterizzato da ansia e preoccupazioni eccessive che si manifestano continuativamente e riguardano numerosi eventi e attività della vita quotidiana. L’ansia non ha un contenuto specifico ma le situazioni che la generano sono molteplici e mutevoli. Chi ne soffre non riesce a controllare le proprie preoccupazioni e lamenta numerosi sintomi somatici dovuti all’ansia. E’ un disturbo molto diffuso nella popolazione generale (circa il 5%), più frequente nelle donne e spesso si accompagna ad altri disturbi psichici, sopratutto depressivi.

Come si manifesta?

Le persone che soffrono di questo disturbo presentano uno stato di ansia cronica con preoccupazioni che si estendono a tutti gli ambiti della loro vita (preoccupazioni economiche, lavorative, salute propria e dei familiari). Vivono come se si aspettassero una catastrofe da un momento all’altro, sono sempre in tensione e ogni piccolo imprevisto o problema (un guasto a un elettrodomestico, un ritardo di un parente che doveva giungere a casa, un piccolo problema di salute) diventa fonte di apprensione. Il soggetto avverte la sensazione di essere sempre con i nervi a fior di pelle, non riesce a dormire bene di notte, si affatica facilmente e può presentare anche dei sintomi fisici legati a un’iperattivazione autonomica quali disturbi gastrointestinali (difficoltà a digerire, diarrea), palpitazioni, sudorazione, aumento della frequenza respiratoria, bocca asciutta, sensazione di nodo in gola), o sintomi legati all’attivazione neuromuscolare quali cefalea e tremori. Solo un terzo di chi ne soffre si rivolge allo specialista di salute mentale. La presenza di questi sintomi somatici infatti induce il soggetto a rivolgersi in prima battuta al medico di famiglia, a un internista o a un altro specialista (il cardiologo, il neurologo, il gastroenterologo, lo pneumologo).

Quali sono le cause?

Tra i fattori causali biologici si è ipotizzato il ruolo del sistema neurotrasmettitoriale della serotonina e del GABA che potrebbero essere alterati in questi pazienti. Le aree cerebrali oggetto di maggior attenzione sono i lobi occipitali, i gangli della base, il sistema limbico e la corteccia frontale. Tra i fattori psicosociali le teorie cognitivo comportamentali ipotizzano che i pazienti con disturbo d’ansia generalizzata compiano degli errori cognitivi nella valutazione dei pericoli dell’ambiente circostante tendendo a sovrastimarli e contemporaneamente tendano a sottostimare la propria capacità di fronteggiarli. Eventi di vita stressanti quali lutti, interruzione di relazioni sentimentali possono scatenare il disturbo.

Com'è il decorso?

Il disturbo in genere esordisce precocemente (nella prima età adulta) e ha un andamento cronicizzante. Questo fa sì che chi ne soffre sia portato a considerare l’ansia di cui soffre come un aspetto del proprio carattere e non come il sintomo di un disturbo. In alcuni casi invece ha un andamento episodico manifestandosi solamente in periodi di maggior stress.

Quali sono le complicanze?

La vita familiare, il rendimento lavorativo e i rapporti sociali possono essere fortemente invalidati. Il soggetto infatti al lavoro può presentare cali di attenzione e concentrazione perché la sua mente è polarizzata sulle preoccupazioni, con gli amici e i famigliari possono insorgere conflitti a causa delle continue richieste di rassicurazione messe in atto dal soggetto. Se non curato il disturbo d’ansia generalizzato può complicarsi con una depressione o con l’abuso di sostanze psicoattive (soprattutto alcool) che rappresenta un tentativo di autocura.

Come si cura?

Sia la farmacoterapia che la psicoterapia rappresentano opzioni efficaci per il trattamento del disturbo. I due trattamenti possono anche essere associati. I farmaci che si utilizzano sono gli antidepressivi con azione sulla serotonina (SSRI) che hanno dimostrato avere un’ottima azione antiansia. Si possono associare soprattutto all’inizio della cura le benzodiazepine che, grazie alla loro rapidità di azione, danno un immediato sollievo al paziente in attesa che il serotoninergico agisca. Tra gli approcci psicoterapici numerosi studi dimostrano l'efficacia della psicoterapia cognitivo-comportamentale è quello per il quale ci sono maggiori evidenze scientifiche di efficacia. La psicoterapia cognitivo comportamentale combina tecniche cognitive con tecniche comportamentali. Secondo la teoria cognitiva il disturbo d’ansia generalizzata è caratterizzata da preoccupazioni che innescano catene di pensieri negativi, dette rimuginazioni. Le preoccupazioni e rimuginazioni del soggetto con disturbo d’ansia generalizzato si differenziano da quelle delle altre persone non per il loro contenuto ma per la loro frequenza e per come vengono valutate dalla persona. Il terapeuta lavora quindi con il soggetto per modificare le convinzioni sull’attività di rimuginazione (es. la convinzione che se si rimugina si è preparati ad ogni evenienza). Si associano poi tecniche comportamentali per la gestione dei sintomi d’ansia (es. “periodi di preoccupazione controllata”). Esistono infine approcci comportamentali indirizzati direttamente al trattamento dei sintomi somatici quali il rilassamento ed il biofeedback.

Cos’e’?

E' un disturbo caratterizzato da alterazione patologica dell'umore in senso negativo. Si parla di depressione maggiore per indicare la forma più severa ed anche più frequente di depressione. Si manifesta maggiormente nel sesso femminile e il rischio di ammalarsi nel corso della vita è piuttosto alto: dal 10 al 25% per le donne e dal 5 al 12% per gli uomini.

Che differenza c'e' tra l'essere tristi e l'essere depressi?

Non basta un po’ di tristezza per poter parlare di depressione. E’ normale avere lievi oscillazioni dell’umore ed è normale essere giù di morale quando capitano nella nostra vita eventi negativi. Queste variazioni dell’umore hanno uno scopo adattativo in quanto ci aiutano a modulare il nostro comportamento in base alle situazioni ambientali. Solo quando la tristezza perdura troppo a lungo, si accompagna ad altri sintomi, e diventa così severa da compromettere il funzionamento della persona, si parla di disturbo depressivo per il quale può essere necessario chiedere aiuto.

Quali sono i sintomi?

Chi soffre di depressione maggiore presenta nel corso della vita uno o più episodi depressivi. L’episodio depressivo maggiore viene definito come un periodo di almeno due settimane durante il quale la persona presenta deflessione dell’umore con sentimenti di tristezza e di vuoto, facilità al pianto. Altro sintomo cardine è l’anedonia cioè l’incapacità di provare piacere o interesse per qualsiasi attività. Si possono avere disturbi del sonno, comuni anche i disturbi dell’alimentazione con inappetenza e conseguente perdita di peso o viceversa incremento dell’appetito. Sono presenti disturbi di concentrazione, difficoltà a prendere decisioni, scarsa stima di sè stessi e sentimenti eccessivi di colpa. La persona può sentirsi priva di energia e facilmente affaticabile, rallentata. In altre forme depressive invece la persona appare agitata, ansiosa, incapace di fermarsi. Nell’episodio depressivo infine possono esser presenti pensieri di morte che nei casi più gravi possono diventare idee ricorrenti di suicidio fino alla progettazione o alla messa in atto di piani suicidi. In alcune forme gravi di depressione maggiore ci possono essere sintomi psicotici: la persona si polarizza su idee di colpa (es. convinzione di essere responsabile della morte di un congiunto), idee di rovina economica (es. convinzione di essere sull’orlo del fallimento), idee ipocondriache (es. convinzione di avere una grave malattia). Queste idee non sono più semplici preoccupazioni ma diventano idee fisse e la rassicurazione delle persone care non serve a farle andar via.

Quali sono le cause?

Fattori biologici, genetici, psicosociali concorrono alla genesi dei disturbi depressivi. Per quanto concerne i fattori biologici gli studi dimostrano una disregolazione a livello cerebrale delle amine biogene, in particolare serotonina e noradrenalina nelle persone depresse. Esistono inoltre frequentemente alterazioni della regolazione neuroendocrina per l’asse tiroideo e adrenergico (ipersecrezione di cortisolo). I dati genetici indicano che vi è una componente genetica nello sviluppo dei disturbi depressivi anche se meno accentuata rispetto agli altri disturbi dell’umore, vale a dire i disturbi bipolari. Gli eventi di vita, sia quelli recenti che le esperienze precoci, hanno sicuramente un ruolo nella depressione. Tra gli eventi dei primi anni di vita si è osservata una correlazione tra lo sviluppo successivo della depressione e la perdita di un genitore prima degli 11 anni. Infine alcune caratteristiche della personalità condizionano il rischio di sviluppare depressione. Le persone che, magari a causa di particolari esperienze precoci di vita, sviluppano mancanza di speranza nel futuro, pessimismo e tendenza a distorsioni negative dell’esperienza, immagine di sé “perdente”, sono più a rischio di altre.

Quali sono l'esordio e il decorso?

Il disturbo depressivo maggiore esordisce tipicamente tra i 20 ed i 30 anni ma esistono esordi in tutte le età della vita. Si caratterizza per un andamento ad episodi con intervalli tra gli episodi generalmente liberi da sintomi. Il decorso è vario: ci sono soggetti che sperimentano un unico episodio depressivo nel corso della loro vita mentre altri ne manifestano due o più. Dopo un primo episodio depressivo il rischio di averne un secondo è del 50% e questo rischio aumenta con l’aumentare del numero degli episodi.

Quali sono le complicanze?

Una complicanza che può manifestarsi nei disturbi depressivi è quello della cronicizzazione. In particolare nella depressione maggiore può capitare che un episodio, soprattutto se non trattato adeguatamente, non si chiuda completamente e che persista una sintomatologia depressiva che diventa continuativa. Nelle forme gravi di depressione si possono verificare atti estremi come i tentativi di suicidio; infine i disturbi depressivi possono complicarsi con l’abuso di sostanze e di alcool che peggiorano la prognosi riducendo le probabilità di risposta alla terapia e facilitando la cronicizzazione. I pazienti depressi possono assumere sostanze ed alcool come tentativo di autoterapia per riuscire ad attenuare la loro sofferenza.

Come si cura?

Le terapie che risultano efficaci nel disturbo depressivo maggiore sono il trattamento farmacologico ed alcuni tipi di psicoterapia. In alcuni casi può essere necessario effettuare un ricovero ospedaliero. E’ possibile utilizzare un approccio combinato, psicofarmacologico e psicoterapeutico che risulta più efficace nel prevenire le ricadute rispetto al solo trattamento farmacologico. Per quanto riguarda la farmacoterapia si utilizzano gli antidepressivi di cui esistono numerose classi. La scelta tra i diversi antidepressivi si effettua in base alle caratteristiche dell’episodio depressivo, ad eventuali comorbidità fisiche e psichiatriche e ai possibili effetti collaterali del farmaco.

Nel trattamento farmacologico della depressione maggiore si individuano 4 fasi:

  • fase acuta:
    della durata di 4-8 settimane
  • fase di continuazione:
    ottenuta la remissione la terapia va prolungata per 4-9 mesi
  • fase di mantenimento:
    la terapia viene continuata ulteriormente per i soggetti che presentano un alto rischio di manifestare nuovi episodi depressivi
  • fase di sospensione:
    il farmaco viene ridotto attraverso un progressivo scalare del dosaggio che può richiedere numerose settimane


Per quanto riguarda la psicoterapia si possono utilizzare diversi approcci orientati al sintomo depressivo: la terapia interpersonale, la problem-solving therapy e la terapia cognitivo-comportamentale o in alternativa approcci psicodinamici. Studi scientifici dimostrano che la psicoterapia cognitivo-comportamentale è efficace nella cura della depressione maggiore. Il terapeuta aiuta il paziente ad identificare pensieri negativi su di sé, sul mondo e sul futuro che hanno un ruolo nella genesi del disturbo depressivo e nel suo mantenimento. Il paziente depresso infatti tende a interpretare gli eventi che accadono come una conferma del proprio disvalore, della propria non amabilità, dell’indisponibilità degli altri e della negatività del futuro. Il terapeuta lo aiuta a riconoscere i collegamenti tra i suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi comportamenti. Tramite il lavoro psicoterapico effettuato in seduta e con l’ausilio dei compiti che gli vengono prescritti a domicilio il paziente riesce a modificare gli schemi mentali depressogeni sostituendoli con schemi più funzionali.

Cos’e’ ?

Il disturbo bipolare, che i vecchi Autori chiamavano malattia o psicosi maniaco depressiva, è un disturbo caratterizzato dalla presenza di oscillazioni eccessive dell’umore con episodi di alterazione dell’umore sia di polarità negativa (episodi depressivi) che di polarità positiva (episodi maniacali o ipomaniacali) o mista (episodi misti in cui sono presenti contemporaneamente sintomi depressivi e maniacali). Il disturbo bipolare I è caratterizzato dalla presenza di episodi depressivi maggiori e di episodi maniacali o misti mentre nel disturbo bipolare II gli episodi depressivi si alternano a episodi ipomaniacali. Gli episodi di alterazione timica sono intervallati da periodi di benessere più o meno lunghi. Il bipolare I colpisce circa l’1% della popolazione mentre il bipolare II interessa lo 0,5% della popolazione. Secondo la più recente letteratura, oltre al disturbo bipolare I e al disturbo bipolare II esisterebbero altre forme di disturbo bipolare, più sfumate, ancora poco riconosciute. Tra queste forme è incluso il “disturbo bipolare III” caratterizzato da episodi depressivi ed episodi ipomaniacali, quest’ultimi farmacoindotti. Si tratta di un soggetto che, in seguito all’assunzione di antidepressivi prescritti per l’episodio depressivo, non manifesta semplicemente un miglioramento timico con recupero dell’umore “normale” ma manifesta un viraggio in senso euforico.

Come si manifesta?

  • Fase depressiva:
    il soggetto presenta i sintomi tipici di un episodio depressivo maggiore: umore depresso, diminuzione di interesse o piacere per qualsiasi cosa, alterazioni dell’appetito e del peso, insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, stanchezza, difficoltà di concentrazione e difficoltà a prendere decisioni, sentimenti di colpa eccessivi, idee di morte che nelle forme più gravi possono evolvere in idee e progettazione suicidaria.
  • Fase maniacale:
    la persona presenta sintomi opposti. L’ umore è euforico, la persona si sente forte, piena di energia nonostante dorma meno di prima e non si fermi mai durante il giorno. Diventa molto loquace, le idee gli si accavallano nella mente. Appare facilmente distraibile e diventa iperattiva sia nel lavoro che nei rapporti sociali, sia nella vita sessuale. A volte può avere comportamenti potenzialmente pericolosi: eccessi nel comprare, condotte sessuali promiscue, azioni azzardate finanziarie, guida spericolata. In alcune forme di mania l’umore è disforico, facilmente irritabile più che non euforico. Nei casi più gravi il soggetto perde completamente il contatto con la realtà manifestando sintomi psicotici: in genere deliri di grandezza, pseudoscientifici, mistico-religiosi oppure uno stato di confusione mentale con disorientamento nel tempo e nello spazio (mania confusa). In altre forme la persona presenta gravi anomalie comportamentali con iperattività motoria ed eccitazione (mania eccitata-furiosa). Spesso è necessaria l'ospedalizzazione.
  • Fase ipomaniacale:
    è caratterizzato dagli stessi sintomi dell’episodio maniacale ma di intensità minore. Nell’episodio ipomaniacale non si presentano mai manifestazioni gravi come sintomi psicotici, comportamenti esplosivi e non diventa strettamente necessaria l’ospedalizzazione.

L’episodio misto si caratterizza per la presenza in contemporanea di sintomi depressivi e sintomi maniacali. Ad es. umore elevato con iperattività e irritabilità che si accompagna a idee di rovina di colpa e di suicidio. E’ una condizione seria. Richiede quasi sempre l’ospedalizzazione.

Quali sono le cause?

Il disturbo bipolare ha una forte componente biologico-ereditaria: i parenti di primo grado di soggetti affetti da disturbo bipolare I hanno un rischio da 8 a 18 volte maggiore di sviluppare un disturbo bipolare I rispetto alla popolazione generale. Sicuramente anche fattori psicologici e ambientali possono avere un ruolo nella genesi del disturbo. Si è osservato che nella storia di malattia del paziente, i primi episodi depressivi o maniacali sono spesso scatenati da eventi di vita stressanti mentre nelle fasi successive il disturbo è meno influenzato dagli eventi, come se lo stress che accompagna il primo episodio determinasse alterazioni durature nella biologia del cervello.

Quali sono l'esordio e il decorso?

In genere esordisce tra i 15 ed i 40 anni. Più spesso esordisce con un episodio depressivo. Il decorso varia da soggetto a soggetto con estrema variabilità per quanto riguarda la frequenza degli episodi, la loro polarità (depressivi, maniacali o ipomaniacali, misti), la loro durata e gravità. Alcuni pazienti presentano cicli molto regolari (es. episodio maniacale seguito da episodio depressivo seguito da intervallo libero) altri presentano un andamento irregolare.


Come si cura?

Il trattamento dei soggetti affetti da disturbo bipolare non è sempre facile, innanzitutto per la collaborazione del soggetto che può venir meno in alcune fasi della malattia. Durante l’episodio maniacale, misto o ipomaniacale, infatti, la persona ha una sensazione soggettiva di benessere e fatica a leggere questa condizione come indice di malattia; spesso in queste situazioni sono i familiari ad accorgersi del cambiamento nell’umore e nei comportamenti del loro congiunto e chiedono l’intervento del medico, intervento a cui in alcuni casi il paziente si oppone non riconoscendo di essere malato. Nelle forme più gravi può essere necessario il ricovero ospedaliero. La terapia si basa innanzitutto su presidi di natura farmacologica: stabilizzatori dell’umore ed eventualmente antidepressivi nella fase depressiva, stabilizzatori dell’umore e antipsicotici nella fase maniacale/mista, stabilizzatori dell’umore per la terapia di mantenimento volta alla prevenzione delle ricadute. Quando la fase acuta del disturbo è risolta può essere utile un approccio psicoterapico con elementi di tipo psicoeducativo.

Cos'è lo stress?

Lo stress è la risposta dell'organismo di fronte a richieste di vario tipo (fisiche, cognitive, relazionali) che percepisce come eccessive. Il termine è stato coniato da Hans Selye nel 1936 per indicare "una risposta aspecifica dell'organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso". In condizioni di normalità la percezione del fattore stressante determina una reazione di adattamento da parte dell'organismo che porta al ripristino dell'equilibrio fisico e mentale. Secondo Selye si distinguono fattori stressanti positivi, detti "eustress" che stimolano l'organismo ad attivarsi e determinano sensazione di padronanza sull'ambiente e fattori stressanti nocivi, detti "distress" che si accompagnano a sensazione di non dominare la situazione. In base alla durata dell'evento stressante inoltre si può distinguere stress acuto e stress cronico. Quando i fattori di stress sono eccessivi e/o troppo prolungati possono causare effetti dannosi all'organismo portando ad una fase di esaurimento psicofisico con la caduta delle sue difese e la comparsa di sintomi fisici e psicologici.

Da cosa è provocato lo stress?

Più fattori possono concorrere alla genesi dello stress in un individuo, tra questi quelli più frequenti sono:

  • eventi di vita sia piacevoli (es. gravidanza desiderata, nascita di un figlio, matrimonio, promozione) che spiacevoli (divorzio, morte di una persona cara, perdita del lavoro, difficoltà economiche, malattie, conflittualità in famiglia)
  • cause fisiche: caldo, freddo, alcool, fumo, sostanze
  • cause ambientali: inquinamento, cambi climatici, sbalzi di temperatura
  • calamità naturali

Quali sono le conseguenze dello stress?

Lo stress determina un'attivazione emozionale innescata a livello corticale e rielaborata dal sistema limbico. Il sistema limbico stimola i centri vegetativi e l'ipotalamo con azione sugli organi mediata da:

  • attivazione del sistema nervoso autonomo (simpatico e parasimpatico)
  • attivazione del sistema neuroendocrino (in particolare l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene)

Lo stress può causare numerosi sintomi:

  • sintomi fisici (es. affaticamento, debolezza, tachicardia, sudorazione, acidità di stomaco e altri disturbi gastrointestinali, cefalea, tensione muscolare)
  • sintomi mentali (es. difficoltà di concentrazione, perdita di memoria, labilità emotiva, rabbia, tensione, nervosismo,tristezza, ansia)
  • sintomi comportamentali: (es. impulsività con passaggio all'atto, comportamenti alimentari compulsivi)

Quali sono i disturbi psichici correlati allo stress?

In generale tutti i disturbi psicologici sono influenzati dallo stress poichè un'eccessiva reattività agli avvenimenti accomuna molti disturbi mentali. I disturbi psichiatrici che vedono nello stress un fattore eziologico specifico sono:

  • disturbi dell'adattamento:
    sono quadri reattivi, situazioni in cui il soggetto fatica ad adattarsi ad un fattore stressante e manifesta sintomi disturbanti. Sono caratterizzati dallo sviluppo di sintomi emozionali e/o comportamentali in risposta a specifici e ben identificabili fattori stressanti entro tre mesi dalla comparsa di questi ultimi. Questi sintomi determinano una compromissione significativa della vita del soggetto (nel lavoro e in famiglia,nel rapporto con gli amici). Il disturbo si risolve entro pochi mesi (massimo sei mesi) dalla risoluzione del fattore stressante. In base al sintomo prevalente si distinguono:
    • Disturbo dell'adattamento con umore depresso
    • Disturbo dell'adattamento con ansia
    • Disturbo dell'adattamento con ansia e umore depresso
    • Disturbo dell'adattamento con alterazione della condotta
    • Disturbo dell'adattamento con alterazione dell'emotività e della condotta

  • disturbo postraumatico da stress:
    reazione protratta in seguito all'esposizione ad un fattore stressante gravemente traumatico (disastro naturale, minaccia di vita per se o i propri familiari in un incidente)

  • disturbo acuto da stress:
    reazione acuta in seguito all'esposizione ad un fattore stressante gravemente traumatico (disastro naturale, minaccia di vita per se o i propri familiari in un incidente)

  • disturbi psicosomatici (ipertensione, asma bronchiale, ulcera gastrica, colon irritabile, eczema cutaneo, cefalea tensiva..):
    l'esposizione a fattori stressanti facilita, in individui già predisposti per suscettibilità genetica e suscettibilità psicologica, lo sviluppo della malattia somatica.

Come si curano i disturbi psichici indotti dallo da stress?

Le tecniche di rilassamento e la psicoterapia cognitivo-comportamentale consentono di ridurre il livello di stress. Anche altri approcci psicoterapici sono stati utilizzati per la cura dei disturbi da stress. In alcuni casi può essere di aiuto associare per un periodo di tempo una terapia psicofarmacologica.

Cos’e’ la personalita’?

Tratti temperamentali derivanti dalla predisposizione biologica e componenti caratteriali derivanti dalle esperienze concorrono a determinare la personalità di un individuo. La personalità è il modo costante con cui la persona percepisce e si rapporta con se stessa, con gli eventi di vita, con le altre persone e l’ambiente circostante. E’ l’insieme delle caratteristiche emozionali e comportamentali che la persona presenta nella vita quotidiana e che si struttura nella tarda adolescenza, prima età adulta.

Cosa sono i disturbi di personalita’?

Sono definibili come un modo di essere e di comportarsi abnorme, che si discosta dagli standard culturali. Chi è affetto da un disturbo di personalità presenta caratteristiche rigide e maladattative, manca di quella flessibilità che consente di trovare strategie di soluzione adeguate alle diverse situazioni che ci pone la vita. A causa delle modalità inflessibili e ripetitive di pensiero e di comportamento il soggetto presenta un malfunzionamento sociale e lavorativo con disagio e sofferenza per sé o, più spesso, per gli altri. In genere infatti i soggetti con disturbo di personalità non avvertono ansia e sofferenza per i tratti che gli altri considerano patologici e per questo motivo sono restii a rivolgersi a uno specialista di salute mentale e difficili da trattare. Sono molto diffusi riguardando il 10-20% della popolazione generale.

Quali sono?

La classificazione dei disturbi mentali attualmente in uso (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM-IV-TR) propone tre gruppi di disturbi:

cluster A: caratterizzati da stravaganza ed eccentricità

  • disturbo paranoide di personalità
  • disturbo schizoide di personalità
  • disturbo schizotipico di personalità

cluster B: caratterizzati da atteggiamenti drammatici, instabilità dell’umore e discontrollo degli impulsi

  • disturbo antisociale di personalità
  • disturbo borderline di personalità
  • disturbo istrionico di personalità
  • disturbo narcisistico di personalità

cluster C: caratterizzati da ansia e paura

  • disturbo evitante di personalità
  • disturbo dipendente di personalità
  • disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

Quali sono le cause?

Fattori genetico ereditari, fattori biologici (alterazioni neurotrasmettitoriali, ormonali), fattori psicologici e fattori ambientali concorrono all’eziologia dei disturbi di personalità.

Quali sono l'esordio e il decorso?

I disturbi di personalità non possono essere diagnosticati prima del raggiungimento dell’età adulta (per convenzione i 18 anni) poiché la maturazione della personalità è completa solo a questa età. I disturbi di personalità hanno in genere un andamento cronico e sono caratterizzati da una presentazione clinica stabile nel tempo. I disturbi di personalità del cluster A possono precedere la comparsa di un disturbo schizofrenico. Altri disturbi di personalità (sia del cluster B che del cluster C) possono complicarsi con disturbi mentali diversi, soprattutto di tipo depressivo.

Come si cura?

Il trattamento dipende dal tipo di disturbo di personalità. Sono proposti approcci psicoterapici di diversa natura (psicoanalitica, cognitiva, comportamentale, cognitiva interpersonale). Alcuni disturbi possono trarre beneficio dalla terapia farmacologica. I maggiori studi scientifici sono stati svolti sul disturbo borderline di personalità. Per questo disturbo gli approcci psicoterapici con maggiori prove di evidenza sono quello psicoanalitico/psicodinamico e quello dialettico comportamentale (dialectical behavior therapy). Alla psicoterapia si associano farmaci in base ai sintomi che presenta l’individuo. Per la disregolazione degli impulsi e l’instabilità emotiva sono di prima scelta gli inibitori del reuptake serotoninergico (SSRI). Se sono presenti idee paranoidee sono di prima scelta gli antipsicotici utilizzati a basso dosaggio.

Cosa sono?

I disturbi somatoformi sono disturbi mentali caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici non giustificati da una condizione organica sottostante. I sintomi sono correlati a fattori psicologici e non sono prodotti intenzionalmente dalla persona.

Quali sono e come si manifestano?

Disturbo di somatizzazione: il soggetto manifesta sintomi dolorosi (ad es. dolore alla testa, all’addome, alla schiena, al retto…) e una combinazione di diversi sintomi a carico di vari apparati:

  • sintomi neurologici come disturbi dell’equilibrio, convulsioni, difficoltà nel movimento, difficoltà a deglutire
  • sintomi gastroenterici come nausea, vomito, diarrea
  • sintomi sessuali come indifferenza sessuale, disfunzioni dell’erezione e dell’eiaculazione, irregolarità mestruali

Questi sintomi non sono giustificati adeguatamente da condizioni mediche sottostanti: dopo numerose visite mediche e accertamenti strumentali non viene evidenziato nulla; se esiste invece un quadro organico sottostante la sua gravità non è tale da causare la sintomatologia lamentata dal soggetto né la compromissione funzionale che l’accompagna. Tipicamente il disturbo di somatizzazione esordisce prima dei trent’anni, più frequentemente nelle donne, e presenta un decorso cronicizzante con lamentele molteplici e ripetute nel corso degli anni.

  • Disturbo di conversione:
    caratterizzato dalla presenza di uno o più sintomi pseudoneurologici non giustificati da condizioni mediche e in relazione a un fattore psicologico. I sintomi più frequenti sono paralisi, convulsioni, cecità e mutismo. I sintomi, più frequenti nel sesso femminile e in giovane età, in genere scompaiono spontaneamente in pochi giorni. In alcuni casi i sintomi possono ripresentarsi a distanza di tempo con un andamento episodico ricorrente.
  • Disturbo algico:
    caratterizzato da una sintomatologia dolorosa di origine psicogena. In alcuni casi la sintomatologia può diventare cronica e invalidante. Un quadro clinico peculiare è rappresentato dalla “sindrome della bocca che brucia”: il soggetto in genere di sesso femminile e in età postmenopausale, lamenta bruciore alla lingua e alla bocca senza che l’odontostomatologo identifichi alterazioni della mucosa.
  • Disturbo di dismorfismo corporeo:
    caratterizzato dalla preoccupazione per un supposto difetto, deformità nell’aspetto fisico che non sono obiettivabili o, se presenti, lo sono in maniera significativamente ridotta rispetto a come percepiti dal soggetto.
  • Ipocondria:
    caratterizzato dal timore eccessivo e ingiustificato di essere affetto o di contrarre una grave malattia. Questo timore o convinzione nasce dall’interpretazione erronea di sintomi o funzioni dell’organismo da parte del soggetto che gli confermano le sue preoccupazioni. Per fare alcuni esempi: lievi crampi muscolari diventano per l’ipocondriaco il sintomo di una grave malattia neurologica degenerativa, un dolore specifico all’addome diventa il sintomo di un tumore all’intestino. La preoccupazione persiste nonostante gli accertamenti e le rassicurazioni mediche. L’andamento è cronicizzate.

Quali sono le cause?

Si ipotizza che la genesi di questi disturbi sia di natura psicogena. Secondo recenti teorie i disturbi somatoformi potrebbero essere correlati a esperienze traumatiche vissute nell’infanzia. Alcuni Autori hanno anche evidenziato il ruolo di fattori biologici e genetici. Nel disturbo algico si ipotizza un deficit di endorfine, le sostanze antidolorifiche prodotte dal nostro corpo, per il disturbo di somatizzazione si è osservata in alcune famiglie una trasmissione con componente genetica.

Quali sono le complicanze?

Questi disturbi hanno spesso un andamento cronicizzante determinando una compromissione del funzionamento generale dell’individuo (es. assenteismo dal lavoro, crisi coniugali). Si possono complicare con disturbi d’ansia e depressivi. Molto frequente, soprattutto nel disturbo algico e di somatizzazione, l’abuso di farmaci analgesici e di ansiolitici.

Come si curano?

Alcuni farmaci antidepressivi (duloxetina, SSRI, benzamidi sostituite) possono essere di ausilio in questi disturbi poiché agiscono sulla sintomatologia dolorosa di origine psicogena ed anche su altri sintomi fisici (le benzamidi sostituite per i sintomi gastroenterici quali nausea, vomito..). In alcuni casi possono essere di aiuto gli ansiolitici ma sotto controllo medico per evitare il rischio di abuso. La psicoterapia cognitivo-comportamentale e quella a orientamento psicodinamico sono valide opzioni per il trattamento dei disturbi somatoformi. Occorre tener conto tuttavia del fatto che spesso la psicoterapia è rifiutata dal soggetto che non riconosce la natura psicogena del suo disturbo.

Cos’e’?

È un disturbo che appartiene al gruppo dei disturbi somatoformi. E’ caratterizzato dal timore eccessivo e ingiustificato di essere affetto o di contrarre una grave malattia. Questo timore o convinzione nasce dall’interpretazione erronea di sintomi o funzioni dell’organismo da parte del soggetto che gli confermano le sue preoccupazioni. Per fare alcuni esempi: lievi crampi muscolari diventano per l’ipocondriaco il sintomo di una grave malattia neurologica degenerativa, un dolore specifico all’addome diventa il sintomo di un tumore all’intestino. La preoccupazione persiste nonostante gli accertamenti e le rassicurazioni mediche. E’ un disturbo diffuso: ne è affetto tra il 4 ed il 9% delle persone che si rivolge al medico generico.

Come si manifesta?

Il soggetto che soffre di ipocondria interpreta erroneamente i sintomi del corpo convincendosi di avere una grave malattia. Spesso mette in atto dei tentativi di autorassicurazione consultando magari siti internet di argomento medico o chiede rassicurazioni a familiari. Questi tentativi in genere si rivelano inefficaci e il soggetto si rivolge a un medico per essere visitato o fare accertamenti. Il buon esito degli esami diagnostici, la vista medica e le rassicurazioni del sanitario calmano transitoriamente il soggetto. Dopo qualche tempo tuttavia avverte nuovamente dei sintomi fisici che riscatenano nuovamente il timore di avere una grave malattia. Il soggetto affetto da ipocondria può mantenere la convinzione di avere una specifica malattia o, con il tempo, può sviluppare il timore di avere nuove malattie.

Quali sono le cause?

Si ipotizza che l’ipocondria sia legata a una soglia del dolore più bassa del normale. Le persone affette da ipocondria infatti tendono a tollerare meno il disagio fisico perché aumentano e amplificano le proprie percezioni somatiche. Altri Autori suppongono che l’ipocondria condivida l’eziologia dei disturbi depressivi e dei disturbi d’ansia di cui rappresenta una variante. Questa variante sarebbe caratterizzata dalla tendenza a somatizzare, cioè a manifestare con il corpo la sofferenza depressiva o la sintomatologia ansiosa. Le teorie psicologiche evidenziano il ruolo significativo del periodo infantile. Si è osservata una correlazione con esperienze infantili di malattia nel soggetto stesso o in qualche membro della famiglia. Anche stili di attaccamento che rimandano al bambino l’immagine di una sua eccessiva fragilità (es. atteggiamenti iperprotettivi) predispongono a sviluppare disturbi ipocondriaci.

Chi e’ ipocondriaco e’ un malato immaginario?

No, perché il soggetto si confronta realmente con alterazioni funzionali del suo organismo e percepisce realmente i sintomi fisici disturbanti. Spesso invece le persone che vivono con lui sono portate a considerare le sue lamentele e preoccupazioni come pure invenzioni o tentativi di richiamare l’attenzione.

Quale e’ il decorso?

I sintomi ipocondriaci possono comparire a qualsiasi età ma tipicamente esordiscono tra i 20 e i 30 anni. Esistono forme transitorie ma in genere il disturbo ha un andamento cronicizzante.

Quali sono le complicanze?

L’andamento cronicizzante del disturbo determina significative compromissioni nella vita della persona. In famiglia i rapporti si deteriorano a causa della continua polarizzazione del soggetto sui propri disturbi fisici. Il lavoro può essere compromesso a causa delle prolungate assenze che il soggetto compie per potersi sottoporre a continui accertamenti medici. Spesso poi il disturbo ipocondriaco si complica con altri disturbi, in particolare depressivi e d’ansia.

Come si cura?

  • Il soggetto affetto da ipocondria accetta con difficoltà di rivolgersi ad uno psicologo/psichiatra in quanto non riesce a convincersi che i suoi disturbi siano di natura psicologica e non fisica.
  • Il trattamento farmacologico prevede l’utilizzo di farmaci antidepressivi (in primo luogo gli SSRI, inibitori selettivi del reuptake della serotonina) e di benzodiazepine a bassi dosaggi che consentono un controllo della sintomatologia ansiosa (tremori, sudorazione, tachicardia,..) che spesso dà spunto o conferma i timori ipocondriaci del soggetto.
  • Il trattamento psicoterapico prevede innanzitutto che ci sia un rapporto di fiducia medico paziente. Esistono vari orientamenti psicoterapici, sia nella forma individuale che di gruppo. Nell’approccio cognitivo-comportamentale in genere le sedute sono settimanali e il trattamento è a breve-medio termine. Nel corso del lavoro psicoterapico lo psicoterapeuta cognitivo aiuta il soggetto a modificare le credenze che sono alla base del disturbo (la credenza di essere ammalato e la credenza di essere vulnerabile e fragile) e ad accettare il rischio di malattia e di debolezza.
Cos’e’?

Appartiene al gruppo delle dissonnie, disturbi dovuti ad alterazioni di ritmo, quantità e qualità del sonno. Il soggetto dorme male o dorme troppo poco lamentando la sensazione di avere un sonno insufficiente o un sonno non soddisfacente. E’un disturbo estremamente diffuso nella popolazione generale con una prevalenza maggiore nelle fasce di età più avanzata (oltre il 50%).

Durata l’insonnia si distingue in:

  • occasionale
  • transitoria (o di breve durata): dura meno di 3 settimane
  • persistente: dura più di 3 settimane

Tipologia

  • iniziale: quando il paziente fatica ad addormentarsi
  • centrale: con frequenti risvegli nel corso della notte
  • tardiva: con risveglio precoce al mattino

Quali sono le cause?

Le insonnie si distinguono in primitive e secondarie.
Tra le forme primitive ricordiamo l’insonnia idiopatica che esordisce in età infantile e l’insonnia psicofisiologica o tensionale. Quest’ultima colpisce soprattutto donne di mezza età, è legata a iperattività neurovegetativa e rappresenta il 15% di tutte le insonnie.
Le forme secondarie possono essere causate da:

  • patologie psichiatriche (disturbi d’ansia, depressione..): queste forme costituiscono il 50% di tutte le forme di insonnia
  • malattie somatiche generali e neurologiche
  • alcool e farmaci

Come si cura?

Innanzitutto, qualora l’insonnia sia secondaria ad un’altra condizione, occorre trattare la patologia di base. Per quanto riguarda i trattamenti mirati all’insonnia distinguiamo trattamenti comportamentali da usare in prima battuta e trattamenti farmacologici da utilizzare se le altre misure terapeutiche non hanno ottenuto risultati:

Trattamenti comportamentali
il soggetto va istruito circa semplici norme comportamentali per promuovere il riposo notturno (igiene del sonno):

  • Andare a dormire e alzarsi sempre nello stesso orario, compreso il fine settimana
  • Non dormire di più la mattina se si è dormito poco di notte
  • Non effettuare sonnellini durante il giorno per recuperare il sonno perduto di notte
  • Se non si riesce a dormire, alzarsi e svolgere attività rilassanti
  • Non mangiare o leggere a letto
  • Svolgere attività fisica durante il giorno ma evitare di effettuare esercizi fisici faticosi e attività mentali impegnative nelle ore che precedono il sonno
  • Mantenere la camera da letto fresca e riparata dai rumori
  • Evitare l’assunzione di quantità eccessiva di sostanze eccitanti quali caffeina (caffè, coca-cola), teina (the), cioccolato, soprattutto prima di andare a dormire
  • Tecniche comportamentali che si possono utilizzare quando queste semplici norme non sono sufficienti sono il training autogeno, la desensibilizzazione sistematica, il regime ristretto di sonno.

Trattamenti farmacologici

si possono utilizzare diverse opzioni farmacologiche; nella scelta occorre tener conto del tipo di insonnia e del tipo di paziente al fine di ottimizzare il rapporto rischi/benefici:

  • sedativi non appartenenti alle benzodiazepine (zapleplon, lo zolpidem, lo zopiclone) ben tollerati, determinano minor compromissione mnesica cognitiva e motoria rispetto alle benzodiazepine.
  • benzodiazepine: efficaci per l’insonnia, possibili sonnolenza diurna, confusione mentale, deficit mnesici; rischio di abuso e dipendenza
  • alcuni antidepressivi con proprietà sedative e ipnoinducenti e buon profilo di tollerabilità: trazodone, mirtazapina, paroxetina, agomelatina
  • melatonina
  • nelle forme di insonnia severa e cronica è possibile usare altri farmaci quali antipsicotici e antidepressivi triciclici

L'importanza della diagnosi

Presupposto per un corretto trattamento dei disturbi psichici e del disagio psicologico è un accurato inquadramento diagnostico. Comprendere la natura del problema di chi si rivolge a me è dunque il mio primo obiettivo come clinico. I primi incontri hanno quindi come obiettivo la formulazione della diagnosi. In alcuni casi al termine del primo incontro è già possibile individuare con precisione il tipo di disagio manifestato dal paziente, indicare se esistono possibilità terapeutiche adeguate al problema specificando eventualmente i possibili trattamenti. In altri casi invece sono necessari più incontri per la formulazione della diagnosi e la definizione del progetto terapeutico. Per la diagnosi si usano in genere alcuni sistemi di classificazione dei disturbi psichici. Occorre però ricordare che al di là dell'etichetta diagnostica ogni soggetto presenta un quadro sintomatologico peculiare e richiede pertanto un trattamento personalizzato.

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi si effettua dalla raccolta e analisi dei seguenti elementi:

  • valutazione clinica attuale:
    tramite il colloquio lo psichiatra mette in luce i pensieri, i vissuti soggettivi ed i segni e i sintomi del disturbo/disagio portato dal paziente, cosi' come appaiono allo stato attuale.
  • informazioni sulla storia psichiatrica e personale:
    tramite il colloquio, e con l'aiuto di eventuale documentazione portata dal paziente, lo psichiatra ricostruisce la storia del disturbo psichico del paziente (durata del malessere, precedenti episodi, eventuale stagionalità delle ricorrenze, eventuali ricoveri, periodi di benessere). Può essere importante anche conoscere la storia esistenziale della persona che ci ha chiesto aiuto per evidenziare eventuali correlazioni tra eventi di vita stressanti (es. lutti, interruzione di relazioni sentimentali,..) e insorgenza o aggravamento dei sintomi psichici.
  • informazioni sulle condizioni mediche generali e sugli eventuali trattamenti farmacologici in atto:
    è importante che il paziente riferisca allo psichiatra se soffre di disturbi fisici e se assume medicinali. Esistono infatti condizioni mediche generali che possono determinare dei sintomi di tipo psichico (es. ipo o ipertiroidismo). In questi casi occorre innanzitutto curare la condizione medica di base. Anche alcuni farmaci (farmaci per la pressione, cortisone,...) possono causare sintomi psichici. In queste situazioni, per la risoluzione dei sintomi psichici, occorrerà intervenire sulla causa sospendendo se possibile o riducendo i farmaci in questione, ovviamente dopo aver consultato lo specialista di riferimento.
  • valutazione psicodiagnostica:
    in alcuni casi può essere utile che il paziente effettui dei test psicodiagnostici. Questi test comprendono i questionari autosomministrati e le interviste semistrutturate. La valutazione psicodiagnostica può servire per confermare una diagnosi o per quantificare meglio la gravità del disturbo di cui soffre il paziente. Non consente se usata da sola di effettuare una diagnosi ma può solo essere usata a completamento degli elementi elencati in precedenza.
  • informazioni sul paziente riferite da altri (familiari, conviventi, accompagnatori):
    possono apportare dettagli ulteriori per il delineamento del quadro clinico.

Terapie psicofarmacologiche

Il trattamento farmacologico rappresenta una opzione sicura ed efficace per numerosi disturbi psichiatrici. In alcuni casi può essere utilizzato da solo, e in altri casi può essere associato alla psicoterapia o al trattamento socioriabilitativo. Nonostante siano stati fatti progressi nell’informazione su questi farmaci persistono alcuni pregiudizi:

  • timore che inducano dipendenza e assuefazione. E’ un timore eccessivo in quanto questo rischio è dimostrato solo per una classe farmacologica, quella delle benzodiazepine. Si può ovviare a questo rischio con un’assunzione sotto controllo medico. In letteratura è riportato il rischio di una sindrome da sospensione quando si interrompe l’assunzione di alcuni antidepressivi. Per evitare questa evenienza, per altro non frequente, è sufficiente sospendere il farmaco gradualmente dietro controllo medico.
  • timore che alterino il cervello, il modo di pensare e di vivere le emozioni. In realtà i farmaci agiscono a livello cerebrale quando c’è un’alterazione indotta dal disturbo. In questo caso agiscono nella direzione di ripristinare le condizioni preesistenti. Se non ci sono alterazioni neurotrasmettitoriali, questi farmaci non determinano alcun effetto permanente (ad es. se un soggetto sano assume un antidepressivo non diventa euforico ma mantiene il proprio tono dell’umore).
  • timore che assumere psicofarmaci sia indice di debolezza o di pazzia. Deriva da un atteggiamento diffuso di negazione del disagio mentale (frasi come “non ti servono i farmaci, basta la volontà!”) e di identificazione del disagio mentale esclusivamente con le tipologie più gravi di disturbo (forme psicotiche). In realtà esistono molte forme di disagio psichico diverse da quelle più gravi. Sono forme meritevoli comunque di attenzione e di trattamento perché possono comportare comunque una significativa compromissione del funzionamento e un peggioramento della qualità di vita.
  • timore degli effetti collaterali. Gli effetti collaterali possono essere presenti ma la loro frequenza, tipologia e gravità varia da farmaco a farmaco. Nella scelta della terapia psicofarmacologica, al pari di quanto avviene per le patologie fisiche, occorre valutare le condizioni di salute di base del soggetto e i rischi/benefici della terapia.

Le classi farmacologiche principale utilizzate nella pratica medica psichiatrica sono le seguenti (cliccando su ognuna delle classi farmacologiche si ottengono ulteriori informazioni):

  • ansiolitici e ipnoinducenti:
    il loro effetto clinico è quello di ridurre lo stato di ansia e di indurre il sonno. I più diffusi sono le benzodiazepine ma esistono anche ipnoinducenti non benzodiazepinici.
  • antidepressivi:
    il loro effetto clinico è quello di sollevare il tono dell’umore quando patologicamente alterato. Vengono utilizzati anche nei disturbi d’ansia. Si distinguono diverse classi: SSRI, NSRI, NASSA, triciclici, IMAO, altri.
  • stabilizzatori dell’umore:
    il loro effetto clinico è quello di curare e prevenire le fluttuazioni patologiche del tono dell’umore nel disturbo bipolare. Alcuni di loro possono anche essere utilizzati in altri disturbi psichiatrici. Il litio è il capostipite di questo gruppo. Gli altri farmaci stabilizzatori hanno anche proprietà anticonvulsivanti (acido valproico, carbamazepina, oxcarbazepina) o antipsicotiche (olanzapina e aripiprazolo).
  • antipsicotici:
    il loro effetto è quello di attenuare o annullare i sintomi psicotici. Si utilizzano nei disturbi psicotici e nell’episodio maniacale/misto del disturbo bipolare. Possono anche essere utilizzati in altri disturbi psichiatrici. Si distinguono antipsicotici tipici (i neurolettici) ed antipsicotici atipici (di nuova generazione).

Sono gli psicofarmaci maggiormente utilizzati nel mondo. I più diffusi sono le benzodiazepine (es. alprazolam, bromazepam, clonazepam, delorazepam, diazepam, flurazepam, lorazepam, lormetazepam, triazolam,…) che si distinguono in base alla velocità di assorbimento e all’emivita. Il loro effetto clinico è quello di ridurre lo stato di ansia e di indurre il sonno. Sono utilizzati in alcuni disturbi d’ansia (disturbo d’ansia generalizzata, disturbo di panico), nei disturbi del sonno ma anche in altri disturbi psichici quando si accompagnano a sintomatologia ansiosa rilevante. In generale sono considerati farmaci sicuri e maneggevoli. Gli effetti collaterali più comuni sono sedazione, astenia, rallentamento ideomotorio e deficit transitori di memoria. Esiste un rischio di dipendenza e di assuefazione (per ottenere pari efficacia occorre aumentare il dosaggio) soprattutto se utilizzate per tempi prolungati. Per tale motivo non vanno sospese bruscamente. In soggetti predisposti esiste inoltre il rischio di abuso. Gli ipnotici non benzodiazepinici comprendono lo zaleplon, lo zolpidem e lo zopiclone. Si utilizzano esclusivamente per l‘induzione del sonno ed hanno una buona tollerabilità.

Il loro effetto clinico è quello di sollevare il tono dell’umore quando patologicamente alterato. Si utilizzano pertanto nei disturbi depressivi. Alcuni antidepressivi hanno dimostrato anche un’azione antiansia e perciò vengono utilizzati anche nei disturbi d’ansia. Per alcuni antidepressivi (della classe degli SSRI) è stata anche dimostrata un’azione anti-bulimia e anti-impulsività. Si distinguono diverse classi:

  • SSRI o inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina
    (citalopram, escitalopram, fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina, sertralina). Sono attualmente tra i farmaci di prima scelta per i disturbi depressivi perché coniugano l’efficacia con un buon profilo di tollerabilità. Si utilizzano anche nei disturbi d’ansia. La loro azione comincia a manifestarsi dopo circa 2 settimane ma i benefici completi si evidenziano dopo 4-5 settimane di terapia. Tra gli effetti collaterali si possono avere precocemente cefalea, disturbi gastrointestinali, ansia e vertigini. Più tardivamente disturbi sessuali e variazioni del peso.
  • SNRI o inibitori selettivi della serotonina e della noradrenalina:
    (venlafaxina, duloxetina) hanno una duplice azione neurotrasmettitoriale, sulla serotonina e sulla noradrenalina. Anche questi farmaci, come gli SSRI, possono essere utilizzati come farmaci di prima linea per i disturbi depressivi perché sono efficaci e ben tollerati. Possono essere utilizzati anche per l’ansia. Tra gli effetti collaterali i più frequenti sono nausea, secchezza delle fauci, disturbi sessuali. Può osservarsi in soggetti predisposti un rialzo della pressione arteriosa che va pertanto controllata.
  • NASSA o antidepressivi serotoninergici specifici e noradrenergici:
    mirtazapina. Si usa nei disturbi depressivi. Tra gli effetti collaterali ricordiamo sonnolenza e aumento dell’appetito.
  • Triciclici (amitriptilina, imipramina, clomipramina, nortriptilina,...):
    sono farmaci entrati nell’uso al temine degli anni ’50. Si utilizzano nei disturbi depressivi, nel disturbo di panico e nel disturbo ossessivo-compulsivo dove comprovata è la loro efficiacia. Attualmente sono considerati farmaci di seconda scelta per via degli effetti collaterali (ipotensione quando si passa dalla posizione supina a quella eretta, vertigini, stipsi, ridotta salivazione e lacrimazione, sedazione,..).
  • IMAO o inibitori delle monoaminossidasi:
    tranilcipromina, moclobemide (non in commercio in Italia),... Sono farmaci di seconda scelta per i disturbi depressivi con caratteristiche atipiche (iperfagia, ipersonnia). Sono poco maneggevoli a causa delle interazioni farmacologiche e delle restrizioni alimentari che richiedono (vanno evitati cibi contenenti tiramina quali formaggi stagionati, salumi e altri).
  • Altri:
    benzamidi sostituite (amisulpride, sulpiride) nei disturbi distimici e nella depressione con somatizzazioni; trazodone per la depressione con o senza componente ansiosa.

Comprendono farmaci il cui effetto clinico è quello di curare e prevenire le fluttuazioni patologiche del tono dell’umore nel disturbo bipolare. Alcuni di loro possono anche essere utilizzati in altri disturbi psichiatrici. Comprendono i seguenti farmaci:

  • litio:
    commercializzato in Italia come sale carbonato, il litio è considerato farmaco di scelta per il trattamento e la prevenzione delle ricadute in pazienti affetti da sindrome bipolare. E’ efficace nel trattamento della mania anche se agisce lentamente, nella depressione bipolare e nella prevenzione delle ricadute maniacali e depressive. Prima di iniziare il trattamento occorre effettuare alcuni prelievi ematici e un elettrocardiogramma per verificare le condizioni del soggetto. Durante il trattamento occorre dosare la concentrazione di litio nel sangue per verificare di assumere la dose corretta. L’assunzione di litio può causare alcuni effetti collaterali tra cui disturbi gastrointestinali, tremori agli arti superiori, poliuria e polidipsia, alterazioni all’elettrocardiogramma, ipotiroidismo, alterazioni della funzionalità renale. Questi effetti collaterali sono completamente reversibili alla sospensione del farmaco.
  • acido valproico:
    farmaco anticonvulsivante e stabilizzatore, può essere considerato come un farmaco di prima scelta nel disturbo bipolare. E’ più rapido nel controllo dell’episodio maniacale rispetto al litio ma a differenza di quest’ultimo non risulta efficace nella prevenzione degli episodi depressivi. E’ più maneggevole del litio ma richiede comunque controlli ematici prima di iniziare la cura e controlli periodici per il dosaggio del farmaco nel sangue. Tra gli effetti collaterali più frequenti ci sono disturbi gastrointestinali, tremori, sonnolenza, caduta dei capelli, aumento di peso.
  • Altri:
    la carbamazepina e l'oxcarbazepina, anticonvulsivanti oltre che stabilizzatori, efficaci soprattutto nel trattamento e prevenzione della mania; la lamotrigina, sempre un anticonvulsivante, efficace nella prevenzione degli episodi depressivi; l’olanzapina e l'aripiprazolo, antipsicotici oltre che stabilizzatori, efficaci nel trattamento e nella prevenzione della mania.

Il loro effetto è quello di attenuare o annullare i sintomi psicotici. Si utilizzano nei disturbi psicotici e nell’episodio maniacale/misto del disturbo bipolare. Possono essere utilizzati, in genere a dosaggio minore, anche in alcuni disturbi di personalità, nelle forme depressive con sintomi psicotici e nel disturbo ossessivo-compulsivo resistente. Si distinguono antipsicotici tipici (i neurolettici) ed antipsicotici atipici, (di nuova generazione).

Antipsicotici tipici (neurolettici)

La clorpromazina, sintetizzata a Parigi nel 1950, è il capostipite di questo gruppo. Tra gli altri ricordiamo l’aloperidolo, l’amisulpride, la clotiapina, lo zuclopentixolo, la flufenazina. Sono efficaci nel controllo dei sintomi positivi (deliri e allucinazioni) e dei sintomi disorganizzati (bizzarrie comportamentali, incongruità affettiva…) nei disturbi psicotici ma meno efficaci sulla sintomatologia negativa (appiattimento ideoaffettivo, apatia, abulia, ritiro sociale). Tra gli effetti collaterali i più comuni sono:

  • effetti neurologici extrapiramidali
  • effetti endocrinologici
  • effetti psichici: sedazione e sonnolenza
  • effetti cardiovascolari: ipotensione ed alterazioni all’elettrocardiogramma

Antipsicotici atipici:

Sono considerati attualmente come farmaci di prima scelta nel trattamento delle psicosi grazie a un profilo di tollerabilità più favorevole rispetto a quello degli antipsicotici tipici. Appartengono a questa classe numerosi farmaci, ciascuno con caratteristiche farmacologiche peculiari in virtù dello specifico profilo recettoriale: l’aripiprazolo, l’asenapina, l’olanzapina, il paliperidone, la quetiapina, il risperidone. Questi farmaci determinano minori effetti collaterali neurologici extrapiramidali rispetto agli antipsicotici atipici e raramente (ad eccezione del risperidone) iperprolattinemia. Tra gli effetti collaterali più comuni si osserva sonnolenza, incremento ponderale, alterazioni del metabolismo glicidico e lipidico. Queste collateralità sono più frequenti con olanzapina e quietiapina. Appartiene a questo gruppo anche la clozapina che però è considerato un farmaco di seconda scelta poiché nonostante la sua riconosciuta efficacia nella psicosi richiede particolare attenzione e monitoraggio per il rischio di insorgenza di agranulocitosi (riduzione dei neutrofili, un tipo di globuli bianchi, cellule deputate alla difesa dalle infezioni). Per tale motivo è necessario effettuare controlli ematici regolari con emocromo. Alcuni farmaci antipsicotici sono presenti in commercio anche in formulazione “DEPOT” o “LONG ACTING”: si effettua un’iniezione intramuscolare che può sostituire del tutto l’assunzione giornaliera poiché queste formulazioni consentono di mantenere l’azione farmacologica per periodi di 20 – 30 giorni.

Cos’e’?
La psicoterapia cognitiva, denominata spesso cognitivo-comportamentale perché utilizza anche tecniche comportamentiste è una forma di terapia psicologica che postula una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. Le nostre reazioni emotive infatti sono influenzate da come interpretiamo le situazioni e quindi dal significato che attribuiamo agli eventi.

Un esempio:
due fratelli che vivono nella stessa casa incontrano il loro vicino in un negozio e questo non li saluta. Il primo si sente in colpa col vicino e ipotizza che il vicino sia arrabbiato con lui perché tempo prima si era dimenticato di restituirgli un attrezzo da giardino, il secondo è arrabbiato e ritiene che il vicino sia un maleducato. Questo è un esempio di come lo stesso evento acquisisca un significato diverso a seconda della persona. Il significato viene costruito in base agli schemi cognitivi di base del soggetto che sono delle strutture interpretative con cui egli rappresenta se stesso e gli altri (ad es. “sono un debole”, “sono un essere inferiore” “il mondo è pericoloso”). I soggetti affetti da disturbi d’ansia ad es. utilizzano degli schemi cognitivi che ingigantiscono la pericolosità delle situazioni e sottostimano la capacità del soggetto di farvi fronte. Quando vengono attivati questi schemi per un presunto pericolo (es. un soggetto con fobia sociale deve parlare in pubblico) scattano dei pensieri automatici negativi (es. “ e se balbetto e non capiscono cosa dico, penseranno male di me”, timore di sembrare uno stupido). Ne consegue una riposta emotiva con aumento dell’ansia e la messa in atto di comportamenti protettivi disfunzionali (es. monitorare il dialogo, cercare di scandire bene le parole, ripetere le frasi mentalmente prima di pronunciarle). Concentrando tutte le sue energie su questi comportamenti, e trascurando così altri aspetti importanti della situazione contingente, effettuerà una performance scadente che andrà a confermare il suo timore di non saper parlare in pubblico e la convinzione che gli altri pensano che è uno stupido. Si innescano quindi circoli viziosi che alimentano la sofferenza emotiva. Con la psicoterapia cognitiva il soggetto acquisisce consapevolezza dei pensieri correlati alle emozioni disturbanti e lavora con il terapeuta per spezzare i circoli viziosi che si sono innescati.

Quali tecniche utilizza?
Le tecniche e procedure utilizzate nella terapia cognitiva sono molteplici, alcune non sono di origine cognitivista ma derivano dall’orientamento comportamentista. La scelta delle tecniche è determinata dalla valutazione e concettualizzazione del singolo caso specifico. Tra le tecniche più frequentemente utilizzate ricordiamo:

  • Tecnica dell’ABC o scheda di registrazione dei pensieri disfunzionali:
    é il paradigma di analisi di base della psicoterapia cognitiva. E' uno schema a tre colonne: nella prima colonna la persona identifica la situazione che innesca l’esperienza problematica (es. discussione con il collega), nella seconda colonna il soggetto annota i pensieri correlati all'esperienza (mi ha fregato di nuovo!), nella terza colonna riporta il disagio emotivo e comportamentale (es. rabbia, mi allontano). La scheda viene compilata inizialmente in seduta e successivamente, quando il soggetto ha acquisito dimestichezza, anche a casa.
  • Dialogo socratico:
    costituito da una serie di domande e interventi del terapeuta che configurano un metodo di conduzione del colloquio volto ad esplorare i significati, i processi sottostanti e le credenze.
  • Riattribuzione verbale:
    si utilizza il colloquio per modificare le credenze disfunzionali. Una delle più comuni fra queste tecniche è quella della ricerca delle prove e valutazione delle controevidenze; si basa sulla richiesta posta al paziente di esporre le prove a supporto dei suoi pensieri ( ad es. “Cosa le fa pensare questo?” ) e le prove a sfavore (qual é un altro modo di vedere il problema?).
  • Esperimenti comportamentali:
    sono degli esperimenti progettati dal paziente col terapeuta che servono per falsificare le convinzioni disfunzionali e favorire una modificazione delle credenze.
  • Esposizione:
    è una procedura volta alla riduzione dell’ansia associata a stimoli interni (ad es. sensazione di giramento di testa o tachicardia per un soggetto con disturbo di panico) o a stimoli esterni (ad es. lo sporco per un soggetto con ossessioni di contaminazioni) che consiste nel far affrontare al soggetto lo stimolo ansiogeno.
  • Problem solving è un tecnica che si utilizza per addestrare il paziente a trovare soluzioni per i problemi pratici della vita quotidiana. Spesso infatti la sofferenza psicologica si accompagna anche a difficoltà in questo ambito con un atteggiamento passivo o inconcludente nei confronti del problema. Il terapeuta promuovendo nel paziente un atteggiamento attivo lo aiuta a identificare i problemi, riconoscere le possibili soluzioni sperimentandole nel concreto.
  • Esercizi da svolgere a casa (homeworks):
    vengono proposti e descritti nel dettaglio durante la seduta dal terapeuta. Sono in genere esercizi di automonitoraggio ed esperimenti comportamentali che il paziente effettua nel periodo che intercorre tra una seduta e l’altra cercando di sperimentare le strategie apprese in terapia. A volte il terapeuta può lasciare dei “promemoria” al paziente, dei bigliettini scritti insieme durante la seduta con delle strategie cognitive e comportamentali da mettere in atto quando si trova ad affrontare la situazione problematica.

Per chi è adatta?

In generale per chi necessita di una psicoterapia in quanto soffre di un disturbo psichico o un disagio psicologico. E’ efficace indipendentemente dal sesso, stato sociale, grado di istruzione del soggetto. E’ necessario un certo grado di motivazione poiché richiede la partecipazione attiva del paziente. Per quel che riguarda l’età oltre che negli adulti, può essere utilizzata da terapeuti formati anche per gli adolescenti e per i bambini.

Cosa la caratterizza?

  • la terapia cognitiva è scientificamente fondata:
    studi controllati presenti in letteratura confermano l’efficacia della terapia cognitiva nel trattamento di numerosi disturbi. Nel trattamento di alcune forme di depressione e di alcuni disturbi d’ansia la sua efficacia è almeno pari a quella degli psicofarmaci, nella prevenzione delle ricadute di questi disturbi sembrerebbe essere addirittura superiore.
  • la terapia cognitiva è concreta:
    è volta alla risoluzione di sintomi psichici e problemi psicologici reali e ben identificati (ad es. ridurre i sintomi depressivi, promuovere le relazioni sociali, far scomparire gli attacchi di panico, far scomparire o ridurre i rituali compulsivi..).
  • la terapia cognitiva è orientata allo scopo:
    il terapeuta e il paziente individuano nelle prime sedute i problemi e stabiliscono gli obiettivi della terapia e il piano di trattamento. Il terapeuta verificherà periodicamente il raggiungimento o meno degli obiettivi. Nelle fasi iniziali l’attenzione è focalizzata sui sintomi causa di sofferenza emotiva, in un secondo tempo si sposta l’attenzione sulle cause sottostanti e su altri aspetti del disturbo.
  • la terapia cognitiva è centrata sul problema attuale:
    pur utilizzando informazioni riguardanti l’infanzia del paziente per capire meglio l’origine dei sintomi e dei problemi attuali, la terapia cognitiva è incentrata sul “qui e ora”, cioè su quello che ora è causa di sofferenza per il paziente (es. rituali compulsivi, sintomi depressivi).
  • la terapia cognitiva è attiva:
    a differenza di quanto accade in altre psicoterapie (psicanalisi) il terapeuta è attivamente impegnato nella conversazione, propone gli esercizi, guida attivamente il paziente alla scoperta del proprio sistema di significati. Il paziente è attivo in seduta ed anche a casa quando mette in atto gli esercizi proposti durante il colloquio col terapeuta.
  • La terapia cognitiva è collaborativa:
    paziente e terapeuta collaborano per modificare le credenze disfunzionali, decidono insieme l’argomento della seduta.

Per quali problemi/disturbi e’ indicata?

La terapia cognitiva è nata alla fine degli anni ’60 con Beck per la cura della depressione. Le maggiori applicazioni inizialmente sono state nel trattamento dei disturbi depressivi e d’ansia, successivamente nei disturbi alimentari. Al momento attuale esistono studi scientifici che ne dimostrano l’efficacia in numerosi disturbi:

  • depressione e disturbo bipolare
  • disturbo di panico
  • disturbo ossessivo-compulsivo
  • disturbo d’ansia generalizzato
  • fobie specifiche e fobia sociale
  • disturbi del comportamento alimentare
  • disturbi somatoformi (somatizzazione, ipocondria)
  • disturbi di personalità
  • disturbi del sonno
  • disturbi da stress e psicosomatici
  • problemi di coppia
  • problemi nelle relazioni sociali
  • disfunzioni sessuali
  • abuso e dipendenza da sostanze (droghe e alcool)